Massimario Ragionato Fallimentare

a cura di Franco Benassi
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Articolo 10 ∙ (Fallimento dell'imprenditore che ha cessato l'esercizio dell'impresa)


Tutte le MassimeCassazione
Il termine di cui all'art. 10 della legge fallimentare
Natura del termine
Inosservanza del termineDefinizione di impresa collettivaDecorrenza del termine per la società di fattoDies a quo della cessazione e conoscenza dei terziApplicabilità del termine alle società non iscritte nel registro impreseCasi risalenti ad epoca anteriore alla istituzione del registro

La cancellazione dal registro imprese
Cessazione e cancellazione
Data di effettiva cancellazione e data della domandaCancellazione volontariaCessione o affitto dell'azienda e cancellazioneMutamento dell'oggetto dell'impresaSocietà in nome collettivo, scioglimento per delibera, pluralità dei sociScioglimento di diritto della cooperativaDisattivazione della casella PECCancellazione della cancellazioneManifestazione dell'insolvenzaAssociazione non riconosciuta non iscritta nel registro delle impreseIllegittimità costituzionale

Trasformazione, fusione e scissione
Trasformazione in società di capitali
Trasformazione eterogenea di una società di capitali in comunione di aziendaTrasformazione regressivaFusione per incorporazioneFallimento della società scissa

Trasferimento di sede
Presunzione di coincidenza del centro di interessi con la sede legale
Continuità giuridica della società trasferitaProsecuzione dell'attività all'estero e cancellazione dal registro impreseTrasferimento della sede legale in Stato extracomunitarioFittizio trasferimento della sede all'estero

Prova della cessazione dell'attivita'
Cessazione dell'attività d'impresa e compimento di operazioni economiche o commerciali
Operazioni liquidatorieDeposito dei bilanci e presunzione di inattivitàImpresa individuale e prova della cessazione dell'attivitàPossibilità per l'imprenditore di dimostrare il momento della cessazioneDimostrazione di una continuazione di fatto dell'impresaFacoltà dell'imprenditore mai iscritto nel registro delle imprese di provare l'effettiva cessazione

Socio illimitatamente responsabile
Fallimento del socio illimitatamente responsabile
Fallimento del socio illimitatamente responsabile e dies ad quem del termine di cui all'art. 10 legge fallimentareFallimento del socio accomandanteFallimento del socio occultoFallimento del socio defuntoFallimento del socio palese non dichiarato fallito unitamente alla societàRecesso del socio illimitatamente responsabileRecesso del socio successivo alla domanda di concordato preventivo dichiarata inammissibileScioglimento del rapporto sociale, cessione della partecipazioneRisoluzione del contratto di cessione di quote socialiResponsabilità dei soci sino alla cancellazione della società in nome collettivoEstensione del fallimento e consecuzione delle procedure concorsualiTrasformazione e automatica estensione ai soci del fallimento

Aspetti processuali
Capacità, legittimazione della società cancellata dal registro imprese
Notifica alla società cancellata dal registro delle impreseNotifica alla società trasferita all'esteroInsolvenza transfrontaliera, giurisdizione e competenzaAbbreviazione dei terminiFallimento dell'imprenditore entro l'anno dalla morte e audizione dell'eredeContraddittorio con società incorporata per fusioneEstensione del fallimento e litisconsorzio necessarioAllegazione dell'avvenuto recesso del socio

Altro
Fallimento successivamente revocato e termine di cui all'articolo 10 legge fallimentare
Riapertura del fallimentoAutotrasportoRevoca del fallimento e onere delle speseAccesso al concordato preventivo della società cessata e cancellataEffetto esdebitatorio del concordato preventivo nei confronti del garanteConcordato preventivo proposto entro l'anno dal decesso o dalla cessazione dell'esercizio dell'impresa ed estensione del fallimento ai soci receduti o esclusiConcordato preventivo dell'imprenditore defunto



Trasformazione di società di capitali in comunione di azienda – Regime di responsabilità dell'ente originario – Fallimento – Tutela dei creditori anteriori alla trasformazione
I creditori di titolo anteriore alla cancellazione dell'«ente originario» si avvantaggiano del regime di responsabilità proprio della relativa struttura; a tale regime rimane ancorata, di conseguenza, la fallibilità dell'«ente originario», che l'intervenuta trasformazione non è idonea a impedire.

In caso di trasformazione, la norma dell'art. 10 l.f. trova comunque applicazione nei confronti dell'«ente originario». La soggettività fallimentare di questo ente non è diversa da quella che viene riconosciuta a una qualunque società cancellata dal registro e dichiarata fallita nel corso dell'anno successivo.

Lo strumento di tutela dei creditori dato dall'opposizione, che è previsto dalla legge in relazione alle operazioni di trasformazione, non può in alcun modo considerarsi sostitutivo di quello rappresentato dal fallimento, posto che, per la categoria dei creditori anteriori alla trasformazione, appronta una tutela di intensità sensibilmente inferiore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 Ottobre 2020, n. 23174.


Termine per la dichiarazione di fallimento - Decorrenza dalla cancellazione dal registro delle imprese - Sopravvenuto decreto di cancellazione della cancellazione ex art. 2191 c.c. - Conseguenze - Presunzione di continuazione della società - Fondamento
In tema di dichiarazione di fallimento di una società, ai fini del rispetto del termine previsto dall'art. 10 l.fall. l'iscrizione nel registro delle imprese del decreto con cui il giudice del registro, ai sensi dell'art. 2191 c.c., ordina la cancellazione della pregressa cancellazione della società già iscritta, fa presumere sino a prova contraria la continuazione dell'attività d'impresa, atteso che il rilievo di regola solo dichiarativo della pubblicità comporta che l'iscrizione del detto decreto rende opponibile ai terzi l'insussistenza delle condizioni che avevano dato luogo alla cancellazione della società alla data in cui questa era stata iscritta e determina altresì, con effetto retroattivo, il venir meno dell'estinzione della società per non essersi questa effettivamente verificata. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 15 Ottobre 2020, n. 22290.


Dichiarazione di fallimento - Scissione di società totalitaria - Successione tra enti - Cancellazione della scissa dal registro delle imprese - Decorso del termine annuale - Sussistenza
In tema di dichiarazione di fallimento in presenza di una scissione di società totalitaria, verificandosi un fenomeno di tipo successorio tra soggetti distinti e dunque l'estinzione della società scissa, trova applicazione la regola di cui all'art. 10 l.fall. per cui il fallimento di quest'ultima potrà essere pronunciato entro un anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Giugno 2020, n. 11984.


Fallimento – Entro l’anno dalla cancellazione dal registro imprese – Trasformazione regressiva di società di capitali in società semplice – Decorrenza del termine annuale di cui alla L. Fall., art. 10
In ipotesi di trasformazione regressiva di una società di capitali in società semplice, con conseguente cancellazione dal registro delle imprese della società trasformata e di iscrizione di quella derivata dalla trasformazione nell’apposito registro speciale, la decorrenza del termine annuale di cui alla L. Fall., art. 10, va calcolato dalla detta cancellazione, con conseguente iscrizione nel registro speciale di cui del D.P.R. 14 novembre 1999, n. 558, art. 2.

Occorre però precisare che, ove la società semplice derivante dalla trasformazione "regressiva" prosegua in realtà nell’attività di impresa (ed insomma ove la trasformazione non sia che un espediente finalizzato a sottrarsi alla fallibilità), essa assume, per i fini in discorso, le vesti della società irregolare (Cass. 28 aprile 1999, n. 4270; Cass. 23 aprile 2007, n. 9569), intendendosi per tale, ai fini del decorso del termine in questione (e senza che ciò implichi, qui, una presa di posizione sull’atteggiarsi del fenomeno nel suo complesso), non solo la società per la quale non siano stati ab origine osservati gli adempimenti di carattere pubblicitario previsti dal legislatore (v. già Cass. 8 marzo 1963, n. 569), ma anche la società regolarmente iscritta che divenga irregolare in un momento successivo (irregolarità c.d. "sopravvenuta"), a seguito della cancellazione dal registro delle imprese, con continuazione dell’esercizio della propria attività. In simile frangente, va dunque fatta applicazione del principio, formatosi con riguardo al tema dell’applicabilità del termine annuale alle società non iscritte nel registro delle imprese, che impone sì l’applicazione del termine menzionato, ma dal momento in cui l’effettiva, e non fittizia, cessazione dell’attività venga palesata all’esterno.

In tal senso è stato affermato che, in tema di fallimento, il principio, emergente dalla sentenza 21 luglio 2000, n. 319 e dalle ordinanze 7 novembre 2001, n. 361 ed 11 aprile 2002, n. 131 della Corte costituzionale, secondo cui il termine di un anno dalla cessazione dell’attività, prescritto dalla L. Fall., art. 10, ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese, anziché dalla definizione dei rapporti passivi, non esclude l’applicabilità del predetto termine anche alle società non iscritte nel registro delle imprese, nei confronti delle quali il necessario bilanciamento tra le opposte esigenze di tutela dei creditori e di certezza delle situazioni giuridiche impone d’individuare il dies a quo nel momento in cui la cessazione dell’attività sia stata portata a conoscenza dei terzi con mezzi idonei, o comunque sia stata dagli stessi conosciuta, anche in relazione ai segni esteriori attraverso i quali si è manifestata (Cass. 28 agosto 2006, n. 18618; Cass. 13 marzo 2009, n. 6199; per l’applicabilità del termine annuale alle società non iscritte, a far data dal momento in cui la cessazione dell’attività è resa nota ai terzi, v. pure Cass. 25 luglio 2016, n. 15346; Cass. 8 novembre 2013, n. 25217). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 29 Maggio 2020, n. 10302.


Fallimento - Prosecuzione dell'attività d'impresa - Affitto di azienda - Rilevanza "ex se" - Esclusione - Accertamento di fatto - Necessità
Ai fini della dichiarazione di fallimento dell'imprenditore commerciale, l'affitto dell'azienda comporta, di regola, la cessazione della qualità di imprenditore, salvo l'accertamento in fatto che l'attività d'impresa sia, invece, proseguita in concreto, non essendo sufficiente affermare la compatibilità tra affitto di azienda e prosecuzione dell'impresa, la quale va positivamente accertata dal giudice del merito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 16 Marzo 2020, n. 7311.


Società di capitali - Scissione - Soggezione della società scissa a procedura concorsuale - Cancellazione dell’imprenditore dal registro imprese - Esonero della società scissa da responsabilità patrimoniale - Esclusione
La problematica relativa alla soggezione della società scissaalle procedure concorsuali non attiene (anche in caso di scissione totale) al piano dell’organizzazione societaria dell’impresa, bensì a quello dell’operatività dell’impresa e dei suoi rapporti con terzi, contraenti e creditori.

Presupposto di applicazione della norma dell’art. 10 l. fall. è, semplicemente, la cancellazione dell’imprenditore dal registro dell’impresa, senza che a ciò segua necessariamente anche la cessazione della corrispondente attività di impresa. Da quest’angolo visuale la situazione della società scissa in caso di scissione totale è simile a quella dell’imprenditore che abbia ceduto ad altri la propria azienda.

La responsabilità delle beneficiarie per i debiti propri della società scissa, sancita dalle norme degli artt. 2506 bis comma 3 e 2506 quater cod. civ., non vale ad esonerare la scissa da responsabilità patrimoniale, in quanto le limitazioni di (o l’esonero da) tale responsabilità presuppongono una espressa previsione normativa.

La mancata opposizione dei creditori alla disaggregazione dell'ente ex artt. 2506 ter, comma 5, e 2503 cod. civ. non rappresenta un ostacolo alla dichiarazione di fallimento della società scissa, essendo lo strumento dell'opposizione rimedio non «sostitutivo e necessario», ma solo «aggiuntivo». (Lucrezia Cipriani) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 21 Febbraio 2020, n. 4737.


Concordato preventivo – Accesso alla procedura – Società cancellata dal registro delle imprese – Esclusione
Il combinato disposto degli artt. 2495 cod. civ. e 10 l. fall. impedisce al liquidatore della società cancellata dal registro delle imprese, di cui, entro l'anno dalla cancellazione, sia domandato il fallimento, di richiedere il concordato preventivo; quest'ultima procedura, infatti, diversamente dalla prima, che ha finalità solo liquidatorie, tende alla risoluzione della crisi di impresa, sicché l'intervenuta e consapevole scelta di cessare l'attività imprenditoriale, necessario presupposto della cancellazione, ne preclude ipso facto l'utilizzo, per insussistenza del bene al cui risanamento essa dovrebbe mirare (cfr. Cass. 20 dicembre 2015, n. 21286)


Il dato cruciale è rappresentato dalla persistente esistenza, o meno, di una realtà imprenditoriale rispetto alla quale possa porsi l'esigenza di assicurare, attraverso la procedura concordataria, la risoluzione della crisi con le modalità previste dal legislatore; deve pertanto ribadirsi che l'imprenditore il quale volontariamente cessi l'attività di impresa tiene un comportamento a lui imputabile che preclude l'utilizzo di strumenti finalizzati alla composizione della crisi dell'attività imprenditoriale.

Siffatta soluzione è, peraltro, stata recepita per il futuro dal codice della crisi di impresa; a norma dell'ultimo comma dell'art. 33 del D.Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, che reca la disciplina della cessazione dell'attività in relazione a tutte le procedure, è inammissibile la domanda di concordato preventivo o di omologazione degli accordi di ristrutturazione dei debiti presentata dall'imprenditore cancellato dal registro delle imprese. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 Febbraio 2020, n. 4329.


Fallimento - Imprenditore individuale cancellatosi volontariamente dal registro delle imprese - Dichiarazione di fallimento - Proposizione di istanza di ammissione al concordato preventivo - Inammissibilità - Fondamento
Il combinato disposto degli artt. 2495 c.c. e 10 l.fall. impedisce all'imprenditore individuale volontariamente cancellatosi dal registro delle imprese, di cui, entro l'anno dalla cancellazione, sia domandato il fallimento, di richiedere l'ammissione al concordato preventivo, trattandosi di procedura che, diversamente dal fallimento, caratterizzato da finalità solo liquidatorie, tende piuttosto alla risoluzione della crisi di impresa, sicché l'intervenuta e consapevole scelta di cessare l'attività imprenditoriale, necessario presupposto della cancellazione, preclude "ipso facto" l'utilizzo della procedura concordataria per insussistenza del bene al cui risanamento essa dovrebbe mirare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 Febbraio 2020, n. 4329.


Trasformazione eterogenea di società in comunione di azienda - Dichiarazione di fallimento - Ammissibilità - Termine annuale - Cancellazione dal registro delle imprese - Fondamento
La trasformazione eterogenea di una società di capitali in comunione di azienda, ai sensi dell'art. 2500 septies c.c., non preclude la dichiarazione del fallimento della medesima società entro un anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese, trattandosi pur sempre di un fenomeno successorio tra soggetti distinti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Giugno 2019, n. 16511.


Fallimento - Termine annuale ex art. 10 l.fall. - Cancellazione dal registro delle imprese - Cessazione dell'attività d'impresa - Necessità - Esercizio di attività economica - Rilevanza - Fattispecie
Ottenuta la cancellazione dal registro delle imprese, l'imprenditore individuale può essere dichiarato fallito, ai sensi dell'art. 10, comma 2, l.fall., fino a quando non sia decorso un anno dal suo completo e assoluto ritiro dall'attività economica, che non può dirsi ancora realizzato quando siano state poste in essere operazioni anche di tipo meramente liquidatorio, purchè tali da rivelarsi come manifestazioni della detta attività. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza della corte d'appello che aveva revocato il fallimento dell'imprenditore individuale, per decorso del termine annuale dalla sua cancellazione dal registro delle imprese, nonostante dopo la ridetta cancellazione l'imprenditore avesse presentato domanda di ammissione al concordato preventivo). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Dicembre 2018, n. 33349.


Decorrenza del termine per la dichiarazione di fallimento - Data di effettiva cessazione dell'attività d'impresa - Prova da parte dell'imprenditore - Mancata previsione - Illegittimità costituzionale dell'art. 10 l.fall. - Esclusione - Fondamento
L'art. 10 l.fall., come modificato dal d.lgs. n. 169 del 2007, nel prevedere la possibilità per il solo creditore e per il P.M., ma non per l'imprenditore, di provare il momento dell'effettiva cessazione dell'attività d'impresa, ai fini della decorrenza del termine per la dichiarazione di fallimento, non si pone in contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 Cost., atteso che, se fosse consentito all'imprenditore dimostrare una diversa e anteriore data di effettiva cessazione dell'attività imprenditoriale, rispetto a quella della cancellazione dal registro delle imprese, la tutela dell'affidamento dei terzi ne risulterebbe vanificata. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 26 Ottobre 2018, n. 27288.


Socio illimitatamente responsabile – Recesso – Domanda della società di ammissione al concordato preventivo entro l'anno dal recesso – Rigetto dell’omologazione – Dichiarazione di fallimento – Estensibilità ai soci receduti – Termine annuale – Decorrenza – Dichiarazione di fallimento – Principio di consecuzione – Applicabilità – Esclusione – Fondamento
Il termine annuale entro cui il fallimento può essere esteso al socio illimitatamente responsabile, che sia receduto dalla società dopo la presentazione della proposta di concordato preventivo, dichiarata inammissibile, e prima della conseguente dichiarazione di fallimento, inizia a decorrere dalla data di scioglimento del rapporto sociale, e trova il suo limite finale nella data di estensione della dichiarazione del fallimento nei confronti del socio. L'estensione ai soci del fallimento della società, infatti, è istituto eccezionale, sicché non può operare il cd. principio di consecuzione tra le procedure concorsuali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 01 Giugno 2018, n. 14069.


Istanza di fallimento - Società costituita in Italia - Trasferimento all'estero della sede legale - Conseguente cancellazione dal registro delle imprese - Art. 10 l.fall. - Applicabilità - Esclusione - Ragioni
La previsione dell'art. 10 l.fall., in forza della quale gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, non trova applicazione laddove la cancellazione di una società venga effettuata, non a compimento del procedimento di liquidazione dell'ente o a seguito del verificarsi di altra situazione che implichi la cessazione dell'attività, ma in conseguenza del trasferimento all'estero della sede, e quindi sull'assunto che detta società continui l'esercizio dell'impresa, sia pure in un altro Stato, atteso che un siffatto trasferimento (almeno nelle ipotesi in cui la legge applicabile nella nuova sede concordi, sul punto, con i principi desumibili dalla legge italiana) non determina il venir meno della continuità giuridica della società trasferita, come è agevolmente desumibile dal disposto degli articoli 2437, comma 1, lett. c) e 2473, comma 1, c.c. Cassazione civile, sez. I, 04 Maggio 2018, n. 10793.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Cessazione dell'attività di impresa - "Dies a quo" - Accertamento da parte del giudice del merito - Incensurabilità in cassazione - Limiti
Ai fini della decorrenza del termine annuale dalla cessazione dell'attività, intendendosi quest'ultima come il concreto esercizio dell'attività di impresa, entro il quale, ai sensi dell'art. 10 l.fall., può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore, anche la dismissione di tale qualità deve intendersi correlata al mancato compimento, nel periodo di riferimento, di operazioni intrinsecamente corrispondenti a quelle poste normalmente in essere nell'esercizio dell'impresa, ed il relativo apprezzamento compiuto dal giudice del merito, se sorretto da sufficiente e congrua motivazione, si sottrae al sindacato in sede di legittimità. Cassazione civile, sez. VI, 27 Aprile 2018, n. 10319.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Riapertura del fallimento - Instaurazione di un nuovo procedimento concorsuale - Esclusione - Prosecuzione e reviviscenza della procedura originaria - Configurabilità - Fondamento - Conseguenze rispetto ai creditori
La riapertura del fallimento costituisce un fenomeno di reviviscenza, ovvero di prosecuzione nel segno dell’unitarietà, della procedura originaria, atteso che la riapertura prescinde dall’accertamento dell’attuale sussistenza dei presupposti del fallimento, senza che in proposito rilevi la dimensione temporale stabilita dall’art. 10 l.fall., e il debito assunto dal fallito in costanza della fase iniziale del suo fallimento rimane inefficace, ex art. 44 l.fall., rispetto ai creditori anche nella fase successiva, essendo il disposto dell’art. 122 l.fall. riferibile ai soli crediti sorti per l’attività del debitore successiva alla chiusura del suo fallimento, come pure anteriore alla riapertura del medesimo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Settembre 2017, n. 21219.


Fallimento - Dichiarazione - Imprese soggette - Imprenditore ritirato - Termine annuale di cui all'art. 10 l.fall. - Eguale momento di decorrenza per gli imprenditori collettivi e individuali - Imprenditori non iscritti - Inapplicabilità del termine - Fondamento
Il termine di un anno dalla cessazione dell'attività, previsto dall'art. 10 l.fall. ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese e non può trovare, quindi, applicazione per quegli imprenditori che neppure siano stati iscritti nel menzionato registro, in quanto, da un lato, si tratta di beneficio riservato soltanto a coloro che abbiano assolto all’adempimento formale dell’iscrizione, e, dall’altro, i creditori ed il Pubblico Ministero, ai sensi dell’art. 10, comma 2, l.fall., possono dare la prova della data di effettiva cessazione dell’attività d’impresa soltanto nei confronti di soggetti cancellati dal registro delle imprese, d’ufficio o su richiesta, e, quindi, comunque in precedenza necessariamente iscritti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Marzo 2017, n. 5520.


Fallimento - Imprese soggette - Società - Società cancellata dal registro delle imprese - Art. 10 l.fall. - Capacità processuale - Sussistenza - Conseguenze - Notificazione del ricorso ex art. 145, comma 1, c.p.c. - Validità
La previsione dell'art. 10 l.fall., per il quale una società cancellata dal registro delle imprese può essere dichiarata fallita entro l'anno dalla cancellazione, implica che il procedimento prefallimentare e le eventuali successive fasi impugnatorie continuano a svolgersi, per "fictio iuris", nei confronti della società estinta, non perdendo quest'ultima, in ambito concorsuale, la propria capacità processuale. Ne consegue che pure il ricorso per la dichiarazione di fallimento può essere validamente notificato presso la sede della società cancellata, ai sensi dell'art. 145, comma 1, c.p.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 01 Marzo 2017, n. 5253.


Socio accomandante ingeritosi nella gestione - Responsabilità illimitata - Fallimento in estensione - Termine annuale di decadenza - Decorrenza - Dalla cessazione della responsabilità illimitata - Sussistenza - Sentenza di fallimento della società - Irrilevanza
Il fallimento in estensione del socio accomandante di una società in accomandita semplice che, in quanto ingeritosi nella gestione, abbia assunto responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali, è soggetto al termine di decadenza di un anno dall’iscrizione nel registro delle imprese di una vicenda, personale o societaria, che abbia determinato il venir meno della suddetta responsabilità. A tal fine non rileva la data della sentenza dichiarativa di fallimento della società perché non comporta il venir meno della responsabilità per estinzione della società o per scioglimento del singolo rapporto sociale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Febbraio 2017, n. 5069.


Fallimento – Dichiarazione – Società cancellata dal registro delle imprese – Questione di legittimità costituzionale dell’art. 10 l.f.  – Inammissibilità
E’ inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 10 del regio decreto 16 marzo 1942 n. 267, (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Verona, sezione fallimentare, con riferimento all’art. 3 Cost., nella parte in cui non consente la dichiarazione di fallimento anche oltre il termine di un anno dalla cancellazione del registro delle imprese, qualora il rispetto di tale termine sia impedito dalla proposizione di una domanda di concordato preventivo ed il conseguente procedimento si sia concluso dopo la scadenza del termine annuale, con la dichiarazione di inammissibilità della domanda (come nel caso di specie) o comunque con la dichiarazione di revoca dell’ammissione o la mancata approvazione della proposta o la reiezione all’esito del giudizio di omologa».

[… La questione così prospettata assume, dunque, come sua premessa quella per cui, all’interno del periodo annuale decorrente dalla cancellazione dal registro delle imprese, l’impresa cancellata possa ancora proporre una istanza di concordato preventivo, che andrebbe in tal modo ad affiancarsi ad eventuali contrapposte istanze creditorie volte alla declaratoria del suo fallimento.
La legittimazione dell’impresa cancellata ad attivare una procedura di concordato è però controversa in dottrina, che inclina anzi ad escluderla. E, da ultimo, anche la Corte di legittimità ha affermato che «Alla società che ha cessato la propria attività di impresa, tanto da essere cancellata dal Registro, l’accesso alla procedura concorsuale minore è […] precluso ipso facto, atteso il venir meno del bene al cui risanamento il concordato tende» (Corte di cassazione, sezione sesta civile, ordinanza 20 ottobre 2015, n. 21286).
Su tale decisivo aspetto problematico il Tribunale rimettente nulla, però, argomenta ed omette addirittura di prenderlo in esame.
La questione sollevata va, conseguentemente, dichiarata inammissibile per difetto di motivazione sul presupposto logico-giuridico della sua non manifesta infondatezza. …] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 13 Gennaio 2017.


Società cancellata dal registro delle imprese - Notifica del ricorso di fallimento a mezzo PEC - Ammissibilità
In caso di società già cancellata dal registro delle imprese, il ricorso per la dichiarazione di fallimento può esserle notificato, ai sensi dell'art. 15, comma 3, l.fall., nel testo successivo alle modifiche apportategli dall'art. 17 del d.l. n. 179 del 2012, conv., con modif., dalla l. n. 221 del 2012, all'indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) dalla stessa in precedenza comunicato al registro delle imprese. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Gennaio 2017, n. 602.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Fittizio trasferimento della sede all’estero – Decorso del termine annuale ex art. 10 l.f. – Esclusione – Giurisdizione
Il fittizio trasferimento della sede all’estero di impresa che abbia in realtà proseguito l’attività in Italia impedisce il decorso del termine annuale per la dichiarazione di fallimento dalla cancellazione dal registro delle imprese di cui all’art. 10 legge fall. così come non sottrae al giudice italiano la giurisdizione ex art. 9 legge fall. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 03 Gennaio 2017, n. 43.


Trasferimento fittizio della sede legale all’estero, con conseguente cancellazione della società dal registro delle imprese - Istanza di fallimento - Art. 10 l.fall. - Applicabilità - Esclusione - Ragioni - Giurisdizione del giudice italiano - Sussistenza - Fondamento
Laddove la cancellazione di una società dal registro delle imprese italiano avvenga non a compimento del procedimento di liquidazione dell'ente o per il verificarsi di altra situazione che implichi la cessazione dell'esercizio dell'impresa e da cui la legge faccia discendere l'effetto necessario della cancellazione, bensì come conseguenza del trasferimento fittizio all'estero della sede della società, non trova applicazione l'art. 10 l.fall., atteso che un siffatto trasferimento non determina il venir meno della continuità giuridica della società trasferita e non ne comporta, quindi, in alcun modo, la cessazione dell'attività imprenditoriale, che continua ad essere svolta nel territorio dello Stato. Inoltre, in applicazione del principio di effettività ed in ragione della fittizietà del trasferimento della sede sociale e della permanenza dell’attività in Italia, il giudice italiano neppure perde la propria giurisdizione ai sensi ex art. 9 l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 03 Gennaio 2017, n. 43.


Fallimento - Art. 10 l.fall. - Termine annuale - Decorrenza - Dalla data della cancellazione dal registro delle imprese - Prova della cessazione dell'attività in epoca anteriore - Possibilità - Esclusione - Iter procedimentale che ha portato alla cancellazione e alla individuazione della relativa data - Rilevanza - Esclusione
Ai fini della decorrenza del termine annuale entro il quale, ai sensi dell’art. 10 l.fall., può essere dichiarato il fallimento di un’impresa svolta in forma societaria, occorre fare esclusivo riferimento alla data della sua cancellazione dal registro delle imprese, non potendo la società dimostrare il momento anteriore dell'effettiva cessazione dell'attività, né rilevando l’iter procedimentale che, presso il registro, abbia portato alla cancellazione ed alla individuazione della relativa data. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Dicembre 2016, n. 24549.


Società cancellata dal registro delle imprese - Termine per la dichiarazione di fallimento - Art. 10 l.fall. - Legittimazione a contraddire nel procedimento e a proporre eventuale reclamo - Spettanza - Al liquidatore sociale - Fondamento
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento di una società di capitali cancellata dal registro delle imprese, la legittimazione al contraddittorio spetta al liquidatore sociale, poiché, pur implicando detta cancellazione l'estinzione della società, ai sensi dell'art. 2495 c.c. (novellato dal d.lgs. n. 6 del 2003), nondimeno entro il termine di un anno da tale evento è ancora possibile, ai sensi dell'art. 10 l.fall., che la società sia dichiarata fallita, se l'insolvenza si è manifestata anteriormente alla cancellazione o nell'anno successivo, con procedimento che deve svolgersi in contraddittorio con il liquidatore, il quale, anche dopo la cancellazione, è altresì legittimato a proporre reclamo avverso la sentenza di fallimento, tenuto conto che, in generale, tale mezzo di impugnazione è esperibile, ex art. 18 l.fall., da parte di chiunque vi abbia interesse. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 16 Novembre 2016, n. 23393.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Notifica al debitore - Irreperibilità del destinatario - Meccanismo previsto dall’articolo 15 l.f. - Cessazione dell’attività - Disattivazione della casella PEC nell’anno successivo
In caso di esito negativo del duplice meccanismo di notifica previsto dall’art. 15 legge fall., il deposito dell'atto introduttivo della procedura fallimentare presso la casa comunale ragionevolmente si pone come conseguenza immediata e diretta della violazione, da parte dell'imprenditore, degli obblighi impostigli dalla legge.

Tale meccanismo è, inoltre, compatibile con i parametri costituzionali, ivi incluso anche quello di cui all'art. 111 Cost. e ciò anche in ragione delle esigenze di compatibilità tra il diritto di difesa e gli obiettivi di speditezza e operatività, ai quali deve essere improntato il procedimento concorsuale.

Alla luce di ciò, appare giustificato che il tribunale resti esonerato dall'adempimento di ulteriori formalità, ancorché normalmente previste dal codice di rito, allorquando la situazione di irreperibilità dell'imprenditore debba imputarsi alla sua stessa negligenza e a condotta non conforme agli obblighi di correttezza di un operatore economico, con la precisazione che in tale situazione rientra anche il caso dell'imprenditore individuale il quale, cancellatosi dal registro delle imprese per la cessata attività, abbia disattivato la propria casella PEC anche nel periodo dell'anno successivo nel quale, ai sensi della art. 10 legge fall., egli può essere dichiarato fallito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 09 Settembre 2016, n. 17884.


Fallimento – Cessazione dell’attività – Decorrenza – Prova della cessazione in data anteriore – Esclusione
Il termine di un anno, entro il quale l'imprenditore che abbia cessato la sua attività può essere dichiarato fallito, ai sensi dell’art. 10 legge fall. (nel testo modificato dal D.Lgs. n. 5 del 2006, e dal D.Lgs. n. 169 del 2007), decorre dalla cancellazione dal registro delle imprese, senza possibilità per l'imprenditore medesimo di dimostrare il momento anteriore dell'effettiva cessazione dell'attività, perché solo dalla suddetta cancellazione la cessazione dell'attività viene formalmente portata a conoscenza dei terzi, salva la possibilità concessa ai creditori e al P.M. di dimostrare che l'attività è di fatto proseguita successivamente. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 26 Agosto 2016, n. 17360.


Fallimento - Dichiarazione - Procedimento - Convocazione del debitore - Instaurazione del contraddittorio - Fusione societaria - Notifica del ricorso e del decreto di convocazione alla incorporante
Ai fini della corretta instaurazione del contraddittorio ex art. 15 legge fall., il ricorso per la dichiarazione di fallimento ed il decreto di convocazione vanno notificati alla società incorporante, che ai sensi dell'art. 2504-bis c.c. assume i diritti e gli obblighi della società partecipante alla fusione, proseguendo in tutti i rapporti della stessa, anche processuali, anteriori alla fusione, pur conservando la propria identità la società incorporata ai fini della eventuale dichiarazione di fallimento". Cassazione civile, sez. I, 11 Agosto 2016, n. 17050.


Fallimento - Liquidazione coatta amministrativa - Stato d'insolvenza - Accertamento giudiziario - Società cooperativa edilizia di abitazione - Scioglimento di diritto per mancato deposito dei bilanci - Dichiarazione di insolvenza anteriore alla cancellazione dal registro delle imprese - Ammissibilità - Fondamento
Lo scioglimento di diritto, con conseguente perdita della personalità giuridica, della cooperativa edilizia di abitazione che non abbia depositato, nei termini stabiliti, i bilanci relativi agli ultimi due anni, non ne impedisce l'assoggettamento, ove sia accertata l'insolvenza, alla procedura concorsuale stabilita dalla legge in relazione al tipo sociale, atteso che la stessa permane come centro di imputazione degli atti compiuti fino alla data di cancellazione dal registro delle imprese, onde scongiurare il verificarsi di situazioni di incertezza con ripercussioni per i soci e per i terzi, e l'estinzione della società come cooperativa, supponendo quella cancellazione, può avvenire solo a seguito dell'avvenuta liquidazione del patrimonio dell'ente, attraverso l'azione dell'autorità di vigilanza o, se la liquidazione sia stata chiesta dalla società, dei liquidatori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Agosto 2016, n. 16535.


Fallimento - Dichiarazione di fallimento - Imprese soggette - Imprenditore ritirato - Termine per la dichiarazione di fallimento - "Dies a quo" - Individuazione - Società non iscritte nel registro delle imprese - Applicabilità - Modalità - Conoscenza dei terzi - Onere della prova - A carico del resistente
Il termine di un anno dalla cessazione dell'attività, prescritto dall'art. 10 l.fall. ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese e si applica anche alle società non iscritte nel registro, nei confronti delle quali, tuttavia, il bilanciamento tra le opposte esigenze di tutela dei creditori e di certezza delle situazioni giuridiche, impone d'individuare il "dies a quo" nel momento in cui la cessazione dell'attività sia stata portata a conoscenza dei terzi con mezzi idonei o, comunque, sia stata dagli stessi conosciuta, anche in relazione ai segni esteriori attraverso i quali si è manifestata. L'onere di fornire la prova di tali circostanze spetta al resistente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Luglio 2016.


Fallimento - Imprese soggette - Imprenditore ritirato - Termine annuale ex art.10 l.fall. - Decorrenza - Dalla cancellazione dal registro delle imprese - Prova della cessazione dell'attività in epoca anteriore da parte dell'imprenditore - Possibilità - Esclusione
Il termine di un anno, entro il quale l'imprenditore individuale che abbia cessato la sua attività può essere dichiarato fallito ai sensi dell'art. 10 l.fall. (nel testo modificato dal d.lgs. n. 5 del 2006 e dal d.lgs. n. 169 del 2007), decorre dalla cancellazione dal registro delle imprese, senza possibilità per l'imprenditore medesimo di dimostrare il momento anteriore dell'effettiva cessazione dell'attività. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Aprile 2016, n. 8092.


Fallimento - Dichiarazione di fallimento - Imprese soggette - Imprenditore ritirato - Termine annuale ex art. 10 l.fall., nel testo anteriore al d.lgs. n. 5 del 2006 - Decorrenza - Dalla cancellazione dal registro delle imprese - Fondamento - Limite
Il termine di un anno dalla cessazione dell'attività, prescritto ai fini della dichiarazione di fallimento dall'art. 10 l.fall. nel testo anteriore alle modifiche apportategli con il d.lgs. n. 5 del 2006, decorre, tanto per gli imprenditori individuali che per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese, perché solo da tale momento la cessazione dell'attività viene formalmente portata a conoscenza dei terzi, salva la dimostrazione di una continuazione di fatto dell'impresa anche successivamente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 07 Marzo 2016, n. 4409.


Società di fatto - Fallimento - Tempestività - Cancellazione dal registro delle imprese dell'impresa apparentemente individuale - Protrazione per oltre un anno - Irrilevanza - Fondamento
Ai fini della tempestività della dichiarazione di fallimento di una società di fatto, non assume alcun rilievo la circostanza che l'impresa apparentemente individuale, ad essa in realtà riferibile, sia stata cancellata dal registro delle imprese da oltre un anno, posto che la società, sia pur di fatto, assume un'identità soggettiva distinta da quella delle persone (fisiche e non) che la compongono. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Febbraio 2016, n. 3621.


Fallimento - Imprese soggette - Società - Società di persone con due soli soci - Recesso di un socio - Mancata ricostituzione della pluralità dei soci - Estinzione della società - Esclusione - Scioglimento della società - Conseguenze - Fallibilità - Termine di cui all'art. 10 l.fall. - Decorrenza
Il recesso del socio da una società di persone composta da due soli soci (nella specie, una società in nome collettivo) e la mancata ricostituzione della pluralità della compagine sociale da parte del socio superstite determinano lo scioglimento della società, ex art. 2272, n. 4, c.c., non già la sua estinzione, con conseguente possibilità della stessa di essere sottoposta a fallimento entro l'anno dall'intervenuta cancellazione dal registro delle imprese ai sensi dell'art. 10 l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Gennaio 2016, n. 501.


Dichiarazione di fallimento - Cessazione dell’esercizio dell’impresa - Applicazione dell’articolo 10 L.F. all’ipotesi di trasferimento dell’impresa all’estero - Procedimento prefallimentare - Nullità della notifica nei confronti del sostituito - Sussiste - Necessità della rinnovazione della notifica nei confronti del nuovo amministratore - Sussiste
Nel caso di trasferimento di una società all’estero con contestuale nomina di nuovo amministratore, la notificazione è da effettuarsi nei confronti di quest’ultimo, considerandosi nulla l’eventuale notificazione, una volta avvenuto il trasferimento, nei confronti del sostituito.
Tale nullità, in caso di mancata comparizione del debitore in sede prefallimentare, deve essere rilevata dal tribunale che ne dispone la rinnovazione. (Vincenzo Cannarozzo) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 Gennaio 2016.


Socio accomandante receduto - Estensione di fallimento - Termine annuale - Decorrenza - Dalla pubblicità dello scioglimento del rapporto sociale - Fondamento
Ai fini della dichiarazione di fallimento del socio illimitatamente responsabile di società di persone, l'accomandante che abbia violato il divieto previsto dall'art. 2320 c.c. assume uno "status" equiparabile a quello dell'accomandatario occulto. Ne consegue che, per il principio di certezza delle situazioni giuridiche, il termine annuale ex art. 147 l.fall. non decorre dalla data del recesso, né da quella della dichiarazione di fallimento della società, che non scioglie il vincolo tra i soci, ma dal giorno in cui lo scioglimento del rapporto sociale con il socio sia portato a conoscenza dei creditori con idonee forme di pubblicità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 25 Novembre 2015, n. 24112.


Concordato preventivo - Accesso alla procedura da parte di società che abbia cessato l'attività ed abbia chiesto la cancellazione dal registro delle imprese - Esclusione - Questione di legittimità costituzionale - Infondatezza
Alla società che ha cessato la propria attività e che si sia cancellata dal registro delle imprese è precluso l'accesso alla procedura di concordato preventivo per effetto del venir meno dell'impresa il cui risanamento costituisce lo scopo del concordato.

La scelta di cessare l'attività e di procedere alla cancellazione dal registro delle imprese ai sensi del primo comma dell'articolo 2495 c.c. comporta la consapevole rinuncia al diritto di richiedere l'ammissione al concordato preventivo, diritto che si estingue con l'estinzione dell'ente che ne è titolare e che non è trasferibile ai soci, i quali sono successori a titolo particolare della società unicamente nei rapporti obbligatori attivi e passivi che sopravvivono all'estinzione.

Il socio di società che abbia cessato l'attività ed abbia chiesto ed ottenuto la cancellazione dal registro delle imprese non può pretendere che torni ad esistenza il diritto di presentare domanda di concordato preventivo per il solo fatto che nei confronti della società estinta sia stata presentata istanza di fallimento entro l'anno dalla cancellazione, atteso che la domanda di ammissione al concordato non è uno dei mezzi attraverso i quali si esplica il diritto di difesa del fallito in sede di istruttoria prefallimentare e non può, pertanto, essere intesa quale strumento dilatorio posto a disposizione dell'impresa insolvente per ritardare la dichiarazione di fallimento.

Non è possibile ravvisare alcuna disparità di trattamento e si rivela, pertanto, manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale per violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione, nel fatto che, ai sensi dell'articolo 10 legge fall., l'impresa cancellata, pur non potendo richiedere l'ammissione al concordato, possa essere dichiarata fallita entro l'anno dalla cancellazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 20 Ottobre 2015, n. 21286.


Società di persone - Scioglimento del rapporto sociale per alienazione della partecipazione del socio - Pubblicità - Necessità - Inopponibilità ai terzi - Produzione di effetti limitati all'ambito societario - Estensione del fallimento al socio nonostante la vendita della quota
Lo scioglimento del singolo rapporto sociale per alienazione della partecipazione del socio, di cui non sia stata data adeguata pubblicità, ai sensi dell'articolo 2290, comma 2, c.c., mediante iscrizione nel registro delle imprese, è inopponibile ai terzi, producendo i suoi effetti solo in ambito societario, e, come tale, non preclude l'estensione del fallimento del socio stesso, ai sensi dell'articolo 147 legge fall., malgrado l'avvenuta vendita della quota oltre un anno prima della sentenza dichiarativa di fallimento, atteso che il rapporto societario, per quanto concerne i terzi, a quel momento deve considerarsi ancora in essere. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 Ottobre 2015.


Scioglimento del singolo rapporto sociale per alienazione della quota - Opponibilità ai terzi - Condizioni - Pubblicità ex art. 2290, secondo comma, cod. civ. - Mancata iscrizione della compravendita nel registro delle imprese - Estensione del fallimento al socio cessato - Possibilità
Lo scioglimento del singolo rapporto sociale per alienazione della partecipazione del socio, di cui non sia stata data adeguata pubblicità, ai sensi dell'art. 2290, secondo comma, cod. civ., mediante iscrizione nel registro delle imprese, è inopponibile ai terzi, producendo i suoi effetti solo in ambito societario, e, come tale, non preclude l'estensione del fallimento al socio stesso, ex art. 147 legge fall., malgrado l'essere avvenuta la vendita della quota oltre un anno prima della sentenza dichiarativa di fallimento, atteso che il rapporto societario, per quanto concerne i terzi, a quel momento deve considerarsi ancora in essere. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Gennaio 2015, n. 1046.


Socio accomandante ingeritosi nella gestione - Responsabilità illimitata - Fallimento in estensione - Termine annuale di decadenza - Decorrenza - Dalla cessazione della responsabilità illimitata - Sussistenza - Sentenza di fallimento della società - Irrilevanza
Il fallimento in estensione del socio accomandante di una società in accomandita semplice che, in quanto ingeritosi nella gestione, abbia assunto responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali, è soggetto al termine di decadenza di un anno dall'iscrizione nel registro delle imprese di una vicenda, personale o societaria, che abbia comportato il venir meno della suddetta sua responsabilità, senza che rilevi la data della sentenza dichiarativa di fallimento della società, che non comporta il venir meno della responsabilità per estinzione della società o per scioglimento del singolo rapporto sociale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Novembre 2014, n. 23651.


Imprenditore ritirato - Art. 10 legge fall. - Imprese collettive - Interpretazione - Fondamento
Le società, con o senza limitazione della responsabilità dei soci, abbiano o meno la personalità giuridica, sono tutte forme di esercizio collettivo dell'impresa, sicchè ad esse, senza distinzione alcuna, deve intendersi riferita, ai fini previsti dall'art. 10 legge fall., l'espressione "impresa collettiva", ivi contenuta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 26 Settembre 2014, n. 20394.


Cessione di quote sociali - Risoluzione del contratto - Effetto retroattivo tra le parti - Conseguenze - Fallimento in estensione del socio cedente - Esclusione - Condizioni - Fondamento
La sentenza di risoluzione del contratto di cessione di quote sociali di una società in nome collettivo ha effetto retroattivo tra le parti contrattuali, ma non consente di considerare il cedente come socio di quest'ultima anche nel periodo di tempo in cui le quote sono rimaste di fatto nella disponibilità del cessionario, atteso che, giusta la pubblicità di quel contratto effettuata sul registro delle imprese, i terzi che vengono in contatto con la società non potrebbero individuare come socio altri che il cessionario, così confidando sulla garanzia costituita dal suo patrimonio personale. Ne consegue che, a seguito della suddetta risoluzione, il cedente non è soggetto a fallimento ex artt. 10 e 147 legge fall. qualora non faccia più parte della società da oltre un anno ed abbia riacquistato la qualità di socio esclusivamente in conseguenza degli effetti retroattivi di una sentenza posteriore, dovendosi ritenere una diversa soluzione incompatibile con le esigenze di certezza sottese all'art. 10 legge fall. e, comunque, potenzialmente idonea a determinare conseguenze paradossali, quali la contemporanea dichiarazione di fallimento di cessionario e cedente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Luglio 2014, n. 16169.


Fallimento - Cessazione dell'attività di impresa - "Dies a quo" - Accertamento da parte del giudice del merito - Incensurabilità in cassazione - Limiti - Fattispecie
Ai fini della decorrenza del termine annuale dalla cessazione dell'attività, intendendosi quest'ultima come il concreto esercizio dell'attività di impresa, entro il quale, ai sensi dell'art. 10 legge fall., può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore, anche la dismissione di tale qualità deve intendersi correlata al mancato compimento, nel periodo di riferimento, di operazioni intrinsecamente corrispondenti a quelle poste normalmente in essere nell'esercizio dell'impresa, ed il relativo apprezzamento compiuto dal giudice del merito, se sorretto da sufficiente e congrua motivazione, si sottrae al sindacato in sede di legittimità. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva revocato il fallimento dell'imprenditore sul presupposto che l'intervenuto pagamento di debiti pregressi in epoca successiva alla cancellazione dal registro delle imprese e la permanenza su di un sito internet del marchio della ditta non fossero elementi sufficienti al fine di dimostrare la continuazione dell'attività imprenditoriale). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 14 Luglio 2014, n. 16107.


Dichiarazione di fallimento - Cessazione dell’esercizio dell’impresa - Applicazione dell’articolo 10 L.F. all’ipotesi di trasferimento dell’impresa all’estero - Continuazione dell’attività imprenditoriale - Venir meno della continuità giuridica per effetto del trasferimento - Esclusione
Laddove la cancellazione di una società dal Registro delle imprese italiano sia avvenuta non a seguito del procedimento di liquidazione dell’ente, o per il verificarsi di altra situazione che implichi la cessazione dell’esercizio dell’impresa e da cui la legge faccia discendere l’effetto necessario della cancellazione, bensì come conseguenza del trasferimento all’estero della sede della società, e quindi sull’assunto che questa continui, invece, a svolgere attività imprenditoriale, benché in altro stato, non trova applicazione l’articolo 10 L.F., atteso che un siffatto trasferimento, almeno nelle ipotesi in cui la legge applicabile nella nuova sede concordi sul punto con i principi desumibili dalla legge italiana, non determina il venir meno della continuità giuridica della società trasferita e non comporta, quindi, in alcun modo, la cessazione dell’attività, come peraltro agevolmente desumibile dal disposto degli articoli 2437, comma 1, lettera c) e 2473, comma 1, c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 09 Luglio 2014, n. 15596.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Termine annuale ex art. 10 legge fall. - Decorrenza - Dalla cancellazione dal registro delle imprese - Fondamento
Il termine di un anno dalla cessazione dell'attività, prescritto dall'art. 10 legge fall. ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese, perché solo da tale momento la cessazione dell'attività viene formalmente portata a conoscenza dei terzi, salva la dimostrazione di una continuazione di fatto dell'impresa anche successivamente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 03 Giugno 2014, n. 12338.


Fallimento - Dichiarazione - Termine annuale previsto dall'articolo 10 L.F. - Limite oggettivo alla dichiarazione di fallimento - Funzione di tutelare i creditori dell'impresa rispetto alla cessazione della qualifica di imprenditore - Esclusione - Tutela dell'affidamento dei terzi altrimenti illimitatamente esposti al pericolo di revocatorie.

Fallimento - Dichiarazione - Termine annuale previsto dall'articolo 10 L.F. - Equivalenza della iscrizione della dichiarazione di fallimento alla cancellazione - Esclusione.

Il termine di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese per la dichiarazione di fallimento, stabilito dall'articolo 10 L.F., costituisce un limite oggettivo per la dichiarazione di fallimento e svolge non tanto la funzione di tutelare i creditori rispetto all'inatteso venir meno della qualifica di imprenditore commerciale nel loro debitore, quanto la funzione di garantire la certezza delle situazioni giuridiche e l'affidamento dei terzi (altrimenti esposti illimitatamente al pericolo di revocatorie), ponendo un preciso limite temporale alla possibilità di dichiarare il fallimento di chi non è più imprenditore. Il fallimento dell'ex imprenditore non si configura, infatti, come una forma di eccezionale tutela dei creditori, poiché risponde alla logica della necessità di una procedura concorsuale in presenza della molteplicità e complessità degli interessi normalmente coinvolti del dissesto di un imprenditore commerciale, anche se cessato, a fronte della normale semplicità degli interessi coinvolti nel dissesto del debitore civile. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Non sussiste identità di situazioni, ai fini della pubblicità della cessazione dell'attività d'impresa, tra la cancellazione dell'imprenditore dal registro delle imprese e l'iscrizione nello stesso registro della sua dichiarazione di fallimento. Deve, pertanto, ritenersi ragionevole la mancata attribuzione di rilievo a quest'ultima iscrizione ai fini del decorso del termine annuale previsto dall'articolo 10 L.F.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 09 Maggio 2014, n. 10113.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Impresa svolta in forma societaria - Art. 10 legge fall. - Termine annuale - Decorrenza - Dalla data di presentazione della domanda di cancellazione - Esclusione - Dalla data di effettiva cancellazione - Sussistenza
Ai sensi dell'art. 10 legge fall., ai fini della decorrenza del termine annuale entro il quale può essere dichiarato il fallimento di un'impresa svolta in forma societaria, occorre fare riferimento alla data della sua effettiva cancellazione dal registro delle imprese, a nulla rilevando nei confronti dei terzi il diverso momento in cui la relativa domanda sia stata presentata presso il registro delle imprese. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Maggio 2014, n. 10105.


Cancellazione dell'imprenditore individuale dal registro delle imprese - Notificazione presso la sede dell'impresa - Validità - Limiti - Fattispecie
Il ricorso per dichiarazione di fallimento è validamente notificato al debitore presso la sede dell'impresa individuale pur dopo la sua cancellazione dal registro delle imprese (che ha valore di pubblicità dichiarativa) e indipendentemente dal regime di opponibilità degli atti in esso iscritti, quando sia stata fornita la prova della diversa situazione di fatto e, cioè, della perdurante domiciliazione del suo titolare presso l'azienda (nella specie desumibile da un atto pubblico stipulato in epoca successiva di vari mesi alla formale cancellazione). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Maggio 2014, n. 10104.


Fallimento - Art. 15, quinto comma, legge fall. - Abbreviazione dei termini - Congruità - Criteri - Fattispecie di prossimità della scadenza del termine ex art. 10 legge fall.
Nell'ambito dell'istruttoria prefallimentare, allorquando si renda necessario disporre l'abbreviazione dei termini a comparire ai sensi dell'art. 15, quinto comma, legge fall., la congruità del termine di comparizione deve essere apprezzata con un bilanciamento tra le ragioni di urgenza e le concrete possibilità di difesa. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto correttamente motivata la sentenza della corte d'appello la quale, in presenza dell'impellente scadenza del termine di cui all'art. 10 legge fall., ha escluso che il ritardo del creditore nell'assumere l'iniziativa di fallimento si fosse tradotto in un'indebita compressione del diritto di difesa del debitore, il quale, costituitosi alla prima udienza, si era congruamente difeso nel merito, senza specificare quali facoltà gli fossero state precluse dalla brevità del termine concessogli). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Febbraio 2014, n. 2561.


Fallimento - Imprese soggette - Imprenditore ritirato - Imprenditore individuale - Mutamento dell'attività esercitata - Cessazione dell'attività ex art. 10 legge fall. - Insussistenza
Ai fini dell'art. 10 legge fall., non sussiste cessazione dell'attività dell'imprenditore individuale allorquando quest'ultimo ne muti l'oggetto, non consentendo la predetta norma di distinguere l'una o l'altra delle attività dal medesimo esercitate. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Novembre 2013.


Fallimento - Imprese soggette - Imprenditore ritirato - Imprenditore individuale mai iscritto nel registro delle imprese - Art. 10, secondo comma, legge fall. - Conoscenza, da parte dei terzi, della cessazione da oltre un anno dell'attività d'impresa - Facoltà di dimostrazione - Sussistenza - Fattispecie
La facoltà di dimostrare la data di conoscenza, da parte dei terzi, dell'effettiva cessazione della propria attività, al fine di far da essa decorrere il termine di cui all'art. 10, primo comma, legge fall., deve essere riconosciuta anche all'imprenditore che non sia mai stato iscritto nel registro delle imprese. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto carente di prova l'assunto del ricorrente, già esercente senza autorizzazione attività di intermediazione finanziaria, circa la conoscenza in capo ai terzi dell'effettiva cessazione del suo svolgimento, giudicando insufficienti la dedotta risonanza mediatica dell'avvenuto sequestro di computers e di conti correnti bancari, o l'avere gli stessi appreso, in qualità di persone offese sentite dal P.M., dell'esistenza di un procedimento penale per l'esercizio abusivo di detta attività). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Novembre 2013.


Fallimento - Società - Società cancellata dal registro delle imprese - Art. 10 legge fall. - Capacità processuale - Sussistenza - Conseguenze - Notificazione del ricorso presso la sede sociale ex art. 145, primo comma, cod. proc. civ. - Validità
La previsione dell'art. 10 legge fall., per il quale una società cancellata dal registro delle imprese può essere dichiarata fallita entro l'anno dalla cancellazione, implica che il procedimento prefallimentare e le eventuali successive fasi impugnatorie continuano a svolgersi, per "fictio iuris", nei confronti della società estinta, non perdendo quest'ultima, in ambito concorsuale, la propria capacità processuale. Ne consegue che pure il ricorso per la dichiarazione di fallimento può essere validamente notificato presso la sede della società cancellata, ai sensi dell'art. 145, primo comma, cod. proc. civ.. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Novembre 2013, n. 24968.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Termine annuale - Natura di prescrizione - Esclusione - Fondamento - Conseguenze - Presentazione dell'istanza entro l'anno - Insufficienza - Dichiarazione di fallimento - Necessità
Il termine annuale, entro cui deve essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore ritirato o del socio illimitatamente responsabile cessato, ai sensi degli art. 10 e 147, secondo comma, l.fall., non è assimilabile alla prescrizione, in quanto trova giustificazione nell'interesse alla certezza delle situazioni giuridiche, che verrebbe frustrato ove fosse sufficiente, entro l'anno, la mera presentazione dell'istanza: pertanto, il deposito del ricorso per la dichiarazione di fallimento e la pendenza del relativo procedimento non ne interrompono il decorso, risultando inapplicabili gli artt. 2943 e 2945 cod. civ. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 25 Ottobre 2013, n. 24199.


Società - Cancellazione della società dal registro delle imprese - Conseguenze - Capacità di stare in giudizio nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, nelle sue successive fasi impugnatorie e nell'eventuale procedura concorsuale - Persistenza - Fondamento
La società estinta a seguito di cancellazione dal registro delle imprese mantiene, in virtù della "fictio iuris" postulata dall'art. 10 legge fall., la capacità di stare in giudizio tanto nel procedimento per la dichiarazione di fallimento e nelle successive fasi impugnatorie, quanto nell'eventuale conseguente procedura concorsuale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Settembre 2013, n. 21026.


Fallimento - Società - Scioglimento - Estinzione della società e del rapporto sociale dei singoli soci - Esclusione - Conseguenze - Fallibilità - Termine annuale per la dichiarazione di fallimento della società e dei soci in estensione - Decorrenza
Lo scioglimento di società in nome collettivo non comporta né l'estinzione della società stessa, la quale continua ad esistere, sia pure sostituendo lo scopo liquidatorio a quello lucrativo, né lo scioglimento del rapporto sociale inerente i singoli soci, i quali restano, pertanto, illimitatamente responsabili sino alla cancellazione della società dal registro delle imprese, decorrendo da tale momento il termine di un anno ex art. 10 legge fall. per la dichiarazione di fallimento in estensione dei medesimi soci, al pari della società. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Agosto 2013, n. 18964.


Fallimento - Società - Società di capitali - Cancellazione dal registro delle imprese - Dichiarazione di fallimento - Legittimazione al contraddittorio - Liquidatore - Sussistenza - Fondamento
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento di una società di capitali cancellata dal registro delle imprese, la legittimazione a contraddire spetta - anche ai fini del reclamo avverso la sentenza di fallimento - al liquidatore sociale, poiché, pur implicando la cancellazione l'estinzione della società, ai sensi dell'art. 2495 cod. civ., in forza dell'art. 10 legge fall. è ancora possibile che entro l'anno dalla cancellazione la società sia dichiarata fallita, se l'insolvenza si è manifestata prima della cancellazione o nell'anno successivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Luglio 2013, n. 18138.


Fallimento - Società - Cancellazione dal registro delle imprese - Termine per la dichiarazione di fallimento - Art. 10 legge fall. - Legittimazione a contraddire nel procedimento - Spettanza - Al liquidatore sociale - Fondamento
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento di una società di capitali cancellata dal registro delle imprese, la legittimazione al contraddittorio spetta al liquidatore sociale, poiché, pur implicando detta cancellazione l'estinzione della società, ai sensi dell'art. 2495 cod. civ. (novellato dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6), nondimeno entro il termine di un anno da tale evento è ancora possibile, ai sensi dell'art. 10 legge fall., che la società sia dichiarata fallita, se l'insolvenza si è manifestata anteriormente alla cancellazione o nell'anno successivo, con procedimento che deve svolgersi in contraddittorio con il liquidatore, il quale, anche dopo la cancellazione, è altresì legittimato a proporre reclamo avverso la sentenza di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Luglio 2013, n. 17208.


Impresa commerciale iscritta nel relativo registro come a carattere individuale - Esercizio dell'impresa tramite società di fatto - Cessazione dell'attività - Art. 10 legge fall. - Termine annuale per la dichiarazione di fallimento - Decorrenza
Qualora per l'esercizio di un'impresa commerciale. iscritta nel relativo registro come a carattere individuale, sia stata costituita una società di fatto, per sua natura priva di riscontri formali, la cessazione di tale impresa deve ritenersi opponibile ai terzi creditori, con conseguente inizio della decorrenza del termine annuale di cui all'art. 10 legge fall., dalla data di cancellazione dal registro della impresa individuale, ove non si dimostri che il vincolo sociale si sia sciolto in data anteriore e che tale circostanza sia stata portata a conoscenza dei terzi creditori con mezzi idonei. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Giugno 2013, n. 16145.


Socio occulto - Fallimento - Limite annuale dalla cessazione della società - Applicabilità - Esclusione - Fondamento
L'art. 10, primo comma, legge fall., il quale - a seguito delle modifiche apportate con le riforme del 2006 e del 2007 - prevede che gli imprenditori individuali e collettivi possano essere dichiarati falliti entro il termine di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, così realizzando un bilanciamento di valori tra il principio dell'affidamento dei terzi tutelato dalle iscrizioni nel registro dell'imprese e quelli della certezza delle situazioni giuridiche e della tutela dell'imprenditore, non è applicabile al socio occulto, che, per sua scelta, non è iscritto nel registro delle imprese e che conseguentemente non può pretendere l'osservanza del limite annuale per la sua dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 Giugno 2013, n. 15488.


Istanza di fallimento nei confronti di società - Trasferimento della sede sociale all'estero e cancellazione dal registro delle imprese italiane anteriormente al suo deposito - Carattere fittizio del trasferimento - Accertamento - Preventiva cancellazione ex art. 2191 cod. civ. della predetta iscrizione della cancellazione - Necessità - Esclusione - Ragioni - Conseguenze in tema di giurisdizione e decorrenza del termine di cui all'art. 10 legge fall.
Laddove la cancellazione di una società dal registro delle imprese italiano sia avvenuta come conseguenza dell'asserito trasferimento all'estero (nella specie in Gran Bretagna) della sua sede sociale, il successivo accertamento della fittizietà del trasferimento - che quindi non comporta il venire meno della giurisdizione del giudice italiano, né determina, come effetto di quella cancellazione, il decorso del termine di cui all'art. 10 legge fall. - non è precluso dal fatto che non sia preventivamente intervenuto, alla stregua dell'art. 2191 cod. civ., alcun provvedimento di segno opposto alla predetta cancellazione, atteso che per poter fornire la prova contraria alle risultanze della pubblicità legale riguardanti la sede dell'impresa non occorre precedentemente ottenere dal giudice del registro una pronuncia che ripristini, anche sotto il profilo formale, la corrispondenza tra la realtà effettiva e quella risultante dal registro. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Aprile 2013, n. 9414.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Termine di cui all'art. 10 legge fall. - Finalità - Conseguenze - Profili di illegittimità costituzionale in relazione agli articoli 3 e 24 Cost. - Insussistenza - Ragioni
L'art. 10, primo comma, legge fall., il quale prevede che gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti entro il termine di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, se l'insolvenza si è manifestata anteriormente alla medesima o entro l'anno successivo (termine che, in base all'ultimo comma del successivo art. 22, si computa con riferimento al decreto della corte di appello che respinge il reclamo contro il decreto del tribunale che ha rigettato il ricorso per la dichiarazione di fallimento), pur ponendo a carico del creditore che ha tempestivamente presentato istanza di fallimento il rischio della durata del relativo procedimento, non è in contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., in quanto: a) con riferimento al principio di eguaglianza, il possibile diverso trattamento dei creditori in relazione alla diversa durata del procedimento non discende dal requisito temporale prescritto dalla legge, ma dal concreto svolgersi del procedimento ed è perciò un problema di fatto irrilevante ai fini della legittimità costituzionale della norma; b) con riferimento al diritto di difesa, la previsione di un termine annuale rappresenta il punto di mediazione nella tutela di interessi contrapposti, quali, da un lato, quelli dei creditori, e, dall'altro, quello generale, e non del solo cessato imprenditore, alla certezza dei rapporti giuridici. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Aprile 2013, n. 8932.


Termine di cui all'art. 10 legge fall. - Inosservanza - Nullità della sentenza dichiarativa di fallimento - Rilevabilità "ex officio" del giudice del reclamo - Possibilità - Prospettazione per la prima volta in sede di legittimità - Ammissibilità - Fondamento. Fallimento - Società
L'inosservanza del termine previsto dall'art. 10 legge fall. comporta la nullità, rilevabile anche di ufficio dal giudice del reclamo, della sentenza dichiarativa di fallimento. Ne consegue che la relativa questione, non implicando ulteriori accertamenti in fatto, può essere dedotta, anche per la prima volta, direttamente in cassazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Aprile 2013, n. 8932.


Dichiarazione di fallimento entro l'anno dalla morte - Erede - Audizione in sede prefallimentare - Obbligatorietà - Esclusione - Fondamento
Nel caso di dichiarazione di fallimento dell'imprenditore entro l'anno dalla morte non è obbligatoria, ai sensi dell'art. 10 legge fall., l'audizione dell'erede nella fase istruttoria anteriore alla dichiarazione di fallimento, atteso che nessuno degli accertamenti rimessi al tribunale incide in modo immediato e diretto sulla sua posizione ovvero gli reca un pregiudizio eliminabile solo attraverso la partecipazione all'istruttoria prefallimentare, dovendosi ritenere l'audizione dell'erede necessaria solo quando anch'egli sia imprenditore commerciale o lo diventi in seguito alla prosecuzione dell'impresa ereditaria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Marzo 2013, n. 7181.


Cancellazione della società dal registro delle imprese - Effetti - Estinzione della società - Conseguenze - In ordine alla capacità di stare in giudizio della società estinta e ai suoi rapporti processuali pendenti
La cancellazione della società dal registro delle imprese, a partire dal momento in cui si verifica l'estinzione della società cancellata, priva la società stessa della capacità di stare in giudizio (con la sola eccezione della "fictio iuris" contemplata dall'art. 10 legge fall.); pertanto, qualora l'estinzione intervenga nella pendenza di un giudizio del quale la società è parte, si determina un evento interruttivo, disciplinato dagli artt. 299 e ss. cod. proc. civ., con eventuale prosecuzione o riassunzione da parte o nei confronti dei soci, successori della società, ai sensi dell'art. 110 cod. proc. civ.; qualora l'evento non sia stato fatto constare nei modi di legge o si sia verificato quando farlo constare in tali modi non sarebbe più stato possibile, l'impugnazione della sentenza, pronunciata nei riguardi della società, deve provenire o essere indirizzata, a pena d'inammissibilità, dai soci o nei confronti dei soci, atteso che la stabilizzazione processuale di un soggetto estinto non può eccedere il grado di giudizio nel quale l'evento estintivo è occorso. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 Marzo 2013, n. 6070.


Stato giuridico di società di capitali già costituita in Italia - Trasferimento della sede legale in altro Stato dell'Unione europea, con conseguente cancellazione della società dal registro delle imprese in Italia - Istanza di fallimento - Art. 10 legge fall. - Applicabilità - Esclusione - Ragioni
Laddove la cancellazione di una società dal registro delle imprese italiano sia avvenuta non a compimento del procedimento di liquidazione dell'ente, o per il verificarsi di altra situazione che implichi la cessazione dell'esercizio dell'impresa e da cui la legge faccia discendere l'effetto necessario della cancellazione, bensì come conseguenza del trasferimento all'estero (nella specie, in Francia) della sede della società, e quindi sull'assunto che questa continui, invece, a svolgere attività imprenditoriale, benché in altro Stato, non trova applicazione l'art. 10 legge fall., atteso che un siffatto trasferimento, almeno nelle ipotesi in cui la legge applicabile nella nuova sede concordi sul punto con i principi desumibili dalla legge italiana, non determina il venir meno della continuità giuridica della società trasferita e non ne comporta, quindi, in alcun modo, la cessazione dell'attività, come peraltro agevolmente desumibile dal disposto degli articoli 2437, primo comma, lett. c) e 2473, primo comma, cod. civ. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 Marzo 2013, n. 5945.


Insolvenza transfrontaliera - Fallimento di società - Regolamento CE n. 1346/2000 - Competenza ad aprire la procedura di insolvenza - Giudice ove è il centro di interessi della società - Presunzione "iuris tantum" di coincidenza della sede legale con la sede effettiva - Trasferimento della sede all'estero anteriormente al deposito dell'istanza di fallimento - Carattere fittizio - Conseguenze - Giurisdizione del giudice italiano - Sussistenza
Ai sensi dell'art. 3, paragrafo 1, del Regolamento CE 29 maggio 2000, n. 1346/2000, relativo alle procedure di insolvenza, competenti ad aprire la medesima sono i giudici dello Stato membro nel cui territorio è situato il centro degli interessi principali del debitore, presumendosi, per le società e le persone giuridiche, che detto centro coincida, fino a prova contraria, con il luogo in cui si trova la sede statutaria; ove, però, anteriormente alla presentazione dell'istanza di fallimento, la società abbia trasferito all'estero la propria sede legale, una siffatta presunzione deve considerarsi vinta, e tale trasferimento ritenersi fittizio, permanendo, così, la giurisdizione del giudice italiano a decidere su quell'istanza, allorquando nella nuova sede non sia effettivamente esercitata attività economica, né sia stato ivi spostato il centro dell'attività direttiva, amministrativa ed organizzativa dell'impresa. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 11 Marzo 2013, n. 5945.


Socio accomandante ingeritosi nell'amministrazione - Assunzione della veste di socio illimitatamente responsabile - Fallimento della società - Conseguenze - Estensione a tale socio del fallimento della società ai sensi dell'art. 147 legge fall. - Configurabilità - Termine di decadenza entro il quale detta estensione deve pronunciarsi - Individuazione e sua decorrenza
La responsabilità illimitata del socio accomandante ingeritosi nell'amministrazione della società, sancita dall'art. 2320 cod. civ. che, a tal fine, lo equipara all'accomandatario, non è collegata a vicende personali o societarie suscettibili di pubblicizzazione nelle forme prescritte dalla legge, ma deriva dal dato meramente fattuale di tale ingerenza e non è destinata a venir meno per effetto della sola cessazione di quest'ultima, prescindendo la suddetta equiparazione da qualsiasi distinzione tra debiti sorti in epoca anteriore o successiva alla descritta ingerenza, ovvero dipendenti o meno da essa. Pertanto, l'estensione, in siffatte ipotesi ed alla stregua dell'art. 147 legge fallim., del fallimento della società in accomandita semplice al socio accomandante non è soggetta ad altro termine di decadenza che non sia l'anno dalla iscrizione nel registro delle imprese di una vicenda, personale (ad esempio il recesso) o societaria (ad esempio la trasformazione della società), che abbia comportato il venir meno della sua responsabilità illimitata, escludendosi, invece, la possibilità di ancorare la decorrenza di detto termine alla mera cessazione dell'ingerenza nell'amministrazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 07 Dicembre 2012, n. 22246.


Socio palese che per anomalie procedimentali non sia stato dichiarato fallito - Fallibilità decorso l'anno dalla cessazione dell'esercizio dell'impresa - Configurabilità - Ragioni - Conseguenze - Legittimazione del curatore a richiedere l'estensione del fallimento
In tema di estensione del fallimento ai sensi dell'art. 147 legge fall., la situazione del socio palese che per anomalie procedimentali non sia stato dichiarato fallito unitamente alla società non è assimilabile a situazioni che, se adeguatamente pubblicizzate, escludono la fallibilità dopo un anno dal loro verificarsi, quali quella del socio uscito dalla società ovvero non più illimitatamente responsabile o dell'imprenditore individuale o collettivo che ha cessato l'attività, trattandosi di effetto, previsto dalla legge, del fallimento della società con soci illimitatamente responsabili, con la conseguenza che il curatore, in tal caso, è legittimato a richiedere l'estensione del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 07 Dicembre 2012, n. 22263.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Termine annuale ex art.10 legge fall. - Decorrenza - Dalla cancellazione dal registro delle imprese - Presupposto - Effettiva istituzione del registro
Il termine di un anno dalla cessazione dell'attività, prescritto dall'art. 10 legge fall. ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese, perché solo da tale momento la cessazione dell'attività viene formalmente portata a conoscenza dei terzi, salva la dimostrazione di una continuazione di fatto dell'impresa anche successivamente. Tuttavia tale principio non è applicabile nei casi risalenti ad epoca anteriore alla istituzione del registro, nei quali, quindi, l'accertamento della tempestività della dichiarazione del fallimento rimane affidato esclusivamente al criterio dell'effettività di una perdurante attività dell'impresa entro l'anno precedente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 21 Maggio 2012, n. 8033.


Fallimento - Società - Società in nome collettivo - Avvenuto scioglimento per delibera dei soci - Termine per la dichiarazione di fallimento - Decorrenza - Dalla cancellazione dal registro delle imprese - Sussistenza - Decorso di un anno dal verificarsi della causa di scioglimento - Irrilevanza - Ragioni
In caso di scioglimento della società in nome collettivo in seguito a decisione dei soci, il fallimento della società (ed eventualmente dei soci) può essere dichiarato, ai sensi dell'art. 10 legge fall., sino a quando sia decorso un anno dalla cancellazione della società dal registro delle imprese e non già dal mero verificarsi della causa di scioglimento atteso che questo è astrattamente revocabile con diversa volontà dei soci, e che, per quanto le cause di scioglimento operino di diritto, tuttavia, verificatasi una di esse, la società non si estingue automaticamente, ma entra in stato di liquidazione e rimane in vita sino al momento della cancellazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 03 Maggio 2012, n. 6692.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Società cancellata d'ufficio ex art. 2490 cod. civ. - Termine annuale ex art. 10 legge fall. - Decorrenza - Dalla data di iscrizione del decreto di cancellazione nel registro delle imprese
Il termine annuale, previsto dall'art. 10 legge fall. ai fini della dichiarazione di fallimento, nell'ipotesi della società cancellata d'ufficio ai sensi dell'art. 2490 cod. civ., decorre dalla data di iscrizione nel registro delle imprese del decreto di cancellazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 Aprile 2012, n. 5655.


Concordato preventivo - Effetti - Omologazione - Effetto esdebitatorio in favore dei soci illimitatamente responsabili - Condizioni - Sussistenza della qualità di socio al momento dell'omologazione - Prestazione di fidejussione per debito sociale da parte di socio successivamente cessato - Conseguenze - Assunzione da parte del socio, ai fini concorsuali, della qualità di terzo garante - Fondamento - Fattispecie
Nel concordato preventivo proposto da società con soci illimitatamente responsabili, l'omologazione della proposta non estende i suoi effetti remissori, ai sensi dell'art.184, secondo comma, legge fall., anche in favore del socio che, avendo prestato fidejussione per debiti della società ed a favore di un terzo creditore di questa, successivamente non rivesta più la predetta qualità al momento della citata omologa, dovendo allora l'ex socio, cui non si applica l'art. 10 legge fall., essere considerato, ai fini del concorso, alla stregua di un terzo garante; ne conseguono, da un lato, l'irrilevanza dell'accertamento dell'epoca della perdita della qualità di socio illimitatamente responsabile rispetto all'apertura del concordato e, dall'altro, nei confronti del creditore sociale, la responsabilità piena di tale ex socio, in virtù dell'obbligazione fidejussoria assunta, poichè debito proprio, del tutto distinto da quelli sociali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 29 Dicembre 2011, n. 29863.


Imprenditore ritirato - Decorrenza del termine per la dichiarazione di fallimento - Effettiva cessazione dell'attività d'impresa - Prova da parte dell'imprenditore - Mancata previsione - Illegittimità costituzionale dell'art. 10 legge fall., come modificato dal d.lgs. n. 169 del 2007 - Esclusione - Fondamento
L'art. 10 legge fall., come modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, nel prevedere la possibilità per il solo creditore e per il P.M., e non anche per l'imprenditore, di dimostrare il momento dell'effettiva cessazione dell'attività d'impresa ai fini della decorrenza del termine per la dichiarazione di fallimento, non si pone in contrasto con gli artt. 3, 24 e 111 Cost., atteso che, se gli fosse consentito di dimostrare una diversa e anteriore data di effettiva cessazione dell'attività imprenditoriale rispetto a quella della cancellazione dal registro delle imprese, la tutela dell'affidamento dei terzi ne risulterebbe vanificata. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Novembre 2011, n. 24431.


Trasferimento della sede legale in Stato extracomunitario e della sede operativa in Stato comunitario - Dichiarazione di fallimento - Giurisdizione del giudice italiano - Sussistenza - Condizioni - Fondamento - Fattispecie
Spetta al giudice italiano la giurisdizione con riguardo all'istanza di fallimento presentata nei confronti di società di capitali che abbia avuto in Italia la propria sede legale, prima che essa sia stata solo fittiziamente trasferita in uno Stato extracomunitario, unitamente al trasferimento in Stato comunitario della sede operativa. Infatti, posto il trasferimento della sede legale in Stato extracomunitario, la giurisdizione italiana persiste in ragione della sua inderogabilità, secondo il disposto degli artt. 9 e 10 legge fall. (come novellati dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, applicabile "ratione temporis") e dell'art. 25 della legge 31 maggio 1995, n. 218, i quali escludono la predetta giurisdizione solo nei casi di effettivo e tempestivo trasferimento all'estero; mentre, in ragione del carattere solo fittizio della sede legale, deve reputarsi vinta la presunzione di coincidenza di essa con la sede effettiva situata in uno Stato comunitario, stabilita dall'art. 3, paragrafo 1, del Regolamento CE 29 maggio 2000, n. 1346/2000, relativo alle procedure di insolvenza, che, pertanto, risulta inapplicabile. (Nella specie, le S.U. hanno dichiarato sussistere la giurisdizione del giudice italiano a conoscere del fallimento di una società di capitali già con sede legale in Italia e che aveva trasferito detta sede negli Stati Uniti poco prima dell'istanza di fallimento, ma soltanto fittiziamente, giacché la sede effettiva degli affari era stata a sua volta trasferita in Gran Bretagna). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 03 Ottobre 2011, n. 20144.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Associazione non riconosciuta - Iscrizione nel registro delle imprese - Difetto - Fallibilità entro un anno dalla cessazione dell'attività - Sussistenza - Fondamento
L'associazione non riconosciuta (nella specie, onlus), la quale, sebbene non iscritta nel registro delle imprese, abbia cessato da oltre un anno l'attività di impresa in precedenza esercitata, non è più soggetta alla dichiarazione di fallimento, in quanto, ai sensi del secondo comma dell'art. 10 legge fallimentare, come modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, anche per gli imprenditori mai iscritti nel registro sussiste la possibilità di dimostrare la data di conoscenza da parte dei terzi della effettiva cessazione dell'attività, restando pur sempre necessario, in difetto di forme di pubblicità legale, contemperare l'affidamento dei terzi e la necessità di dare stabilità ai rapporti giuridici e di evitare di lasciare "sine die" aperta la possibilità di dichiarazione di fallimento di una impresa in realtà cessata. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 13 Luglio 2011, n. 15428.


Socio di fatto - Dichiarazione di fallimento - Termine annuale - Decorrenza - Dalla data della pubblicizzazione del recesso con mezzi idonei o di conoscenza da parte dei creditori - Fondamento
In tema di dichiarazione del fallimento del socio illimitatamente responsabile di società di persone, il principio di certezza delle situazioni giuridiche - la cui generale attuazione la Corte costituzionale ha inteso assicurare con la pronuncia di incostituzionalità del primo comma dell'art. 147 legge fall., nella parte in cui non prevede l'applicazione del limite del termine annuale di cui all'art. 10 legge fall. dalla perdita della qualità di socio illimitatamente responsabile (sentenza n. 319 del 2000) - impone che la decorrenza di detto termine per il socio di fatto receduto non possa farsi risalire alla data del suo recesso, né, tanto meno, a quella della dichiarazione di fallimento della società, poiché l'evento fallimentare non scioglie il vincolo societario, ma piuttosto a quella in cui lo scioglimento del rapporto sia portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei. Occorre, pertanto, in concreto, tener conto della data della eventuale pubblicizzazione del recesso o di altro evento da cui i creditori ne abbiano avuto conoscenza o lo abbiano colpevolmente ignorato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 Marzo 2011, n. 5764.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Società - Cancellazione dal registro delle imprese - Termine per la dichiarazione di fallimento - Art. 10 legge fall. - Legittimazione a contraddire nel procedimento - Spettanza - Al liquidatore sociale - Fondamento.

Società - Di capitali - Società per azioni - Scioglimento - Liquidazione - Liquidatori - Cancellazione della società - In genere - Art. 2495 cod. civ., come modificato dal d.lgs. n. 6 del 2003 - Cancellazione dal registro delle imprese - Effetti - Estinzione immediata della società - Configurabilità - Procedimento per la dichiarazione di fallimento - Contraddittorio - Con il liquidatore sociale - Necessità - Conseguenze - Legittimazione a reclamare la sentenza di fallimento - Sussistenza - Fattispecie.

In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento di una società di capitali cancellata dal registro delle imprese, la legittimazione al contraddittorio spetta al liquidatore sociale, poiché, pur implicando detta cancellazione l'estinzione della società, ai sensi dell'art.2495 cod. civ. (novellato dal d.lgs. n. 6 del 2003), nondimeno entro il termine di un anno da tale evento è ancora possibile, ai sensi dell'art. 10 legge fall., che la società sia dichiarata fallita se l'insolvenza si è manifestata anteriormente alla cancellazione o nell'anno successivo, con procedimento che deve svolgersi in contraddittorio con il liquidatore, il quale, anche dopo la cancellazione è altresì legittimato a proporre reclamo avverso la sentenza di fallimento, tenuto conto che, in generale, tale mezzo di impugnazione è esperibile, ex art. 18 legge fall., da parte di chiunque vi abbia interesse. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Novembre 2010, n. 22547.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Società - Termine per la dichiarazione di fallimento - Decorrenza dalla cancellazione dal registro delle imprese - Sopravvenuto decreto di cancellazione della cancellazione ex art. 2191 cod. civ. - Conseguenze - Presunzione di continuazione della società - Fondamento.
In tema di dichiarazione di fallimento di una società, ai fini del rispetto del termine di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, previsto dall'art. 10 legge fall., l'iscrizione nel registro delle imprese del decreto con cui il giudice del registro, ai sensi dell'art. 2191 cod. civ., ordina la cancellazione della pregressa cancellazione della società già iscritta nello stesso registro, fa presumere sino a prova contraria la continuazione delle attività d'impresa, atteso che il rilievo, di regola, solo dichiarativo della pubblicità, se avvenuta in assenza delle condizioni richieste dalla legge, comporta che la iscrizione del decreto, emanato ex art. 2191 cod. civ., determina solo la opponibilità ai terzi della insussistenza delle condizioni che avevano dato luogo alla cancellazione della società alla data in cui questa era stata iscritta e, di conseguenza, la stessa cancellazione, con effetto retroattivo, della estinzione della società, per non essersi questa effettivamente verificata; nè è di ostacolo a tale conclusione l'estinzione della società per effetto della cancellazione dal registro delle imprese, a norma dell'art. 2495 cod. civ., introdotto dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, atteso che la legge di riforma non ha modificato la residua disciplina della pubblicità nel registro delle imprese. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 09 Aprile 2010, n. 8426.


Società – Di persone fisiche – Società in nome collettivo – Scioglimento – Liquidazione – Liquidatori – Cancellazione della società – Art. 2495 cod. civ., come modificato dall'art. 4 del d.lgs. n. 6 del 2003 – Cancellazione dal registro delle imprese – Effetti – Estinzione immediata della società – Applicabilità alle società commerciali di persone – Sussistenza – Conseguenze – Società cancellate anteriormente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 6 del 2003 – Estinzione – Decorrenza dal 1° gennaio 2004 – Fattispecie in tema di esecuzione forzata. (17/05/2010)

In tema di società, una lettura costituzionalmente orientata dell'art. 2495, secondo comma, cod. civ., come modificato dall'art. 4 del d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, nella parte in cui ricollega alla cancellazione dal registro delle imprese l'estinzione immediata delle società di capitali, impone un ripensamento della disciplina relativa alle società commerciali di persone, in virtù del quale la cancellazione, pur avendo natura dichiarativa, consente di presumere il venir meno della loro capacità e soggettività limitata, negli stessi termini in cui analogo effetto si produce per le società di capitali, rendendo opponibile ai terzi tale evento, contestualmente alla pubblicità nell'ipotesi in cui essa sia stata effettuata successivamente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 6 del 2003, e con decorrenza dal 1° gennaio 2004 nel caso in cui abbia avuto luogo in data anteriore. (In applicazione di tale principio, le S.U. hanno confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto valida, ai fini dell'esecuzione forzata, la notificazione del titolo esecutivo e del precetto eseguita, in data anteriore al 1° gennaio 2004, ad istanza di una società in nome collettivo precedentemente cancellata dal registro delle imprese, nonché la notificazione dell'opposizione agli atti esecutivi proposta dal debitore nei confronti della medesima società, anch'essa in data anteriore all'entrata in vigore del d.lgs. n. 6 del 2003). (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 Febbraio 2010, n. 4060.


Società – Di capitali – Società per azioni – Scioglimento – Liquidazione – Liquidatori – Cancellazione della società – In genere – Art. 2495 cod. civ., come modificato dall'art. 4 del d.lgs. n. 6 del 2003 – Cancellazione dal registro delle imprese – Effetti - Estinzione immediata della società – Configurabilità – Efficacia retroattiva – Esclusione – Conseguenze – Società cancellate anteriormente all'entrata in vigore del d.lgs. n. 6 del 2003 – Estinzione – Decorrenza dal 1° gennaio 2004. (17/05/2010)
In tema di società di capitali, la cancellazione dal registro delle imprese determina l'immediata estinzione della società, indipendentemente dall'esaurimento dei rapporti giuridici ad essa facenti capo, soltanto nel caso in cui tale adempimento abbia avuto luogo in data successiva all'entrata in vigore dell'art. 4 del d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, che, modificando l'art. 2495, secondo comma, cod. civ., ha attribuito efficacia costitutiva alla cancellazione: a tale disposizione, infatti, non può attribuirsi natura interpretativa della disciplina previgente, in mancanza di un'espressa previsione di legge, con la conseguenza che, non avendo essa efficacia retroattiva e dovendo tutelarsi l'affidamento dei cittadini in ordine agli effetti della cancellazione in rapporto all'epoca in cui essa ha avuto luogo, per le società cancellate in epoca anteriore al 1° gennaio 2004 l'estinzione opera solo a partire dalla predetta data. (fonte CED – Corte di Cassazione)

 

Cassazione Sez. Un. Civili, 22 Febbraio 2010, n. 4060.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Imprenditore ritirato - Art. 10 legge fall. - Termine per la dichiarazione di fallimento - "Dies a quo" - Cessazione dell'attività d'impresa - Società non iscritta nel registro delle imprese - Applicabilità - Sussistenza - Modalità - Riferimento alla conoscenza da parte dei terzi - Fattispecie in tema di fallimento di società di fatto.
Il principio, emergente dalla sentenza 21 luglio 2000, n. 319 e dalle ordinanze 7 novembre 2001, n. 361 ed 11 aprile 2002, n. 131 della Corte costituzionale, secondo cui il termine di un anno dalla cessazione dell'attività, prescritto dall'art. 10 legge fall. ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese, anziché dalla definizione dei rapporti passivi, non esclude l'applicabilità del predetto termine anche alle società non iscritte nel registro, nei confronti delle quali il bilanciamento tra le opposte esigenze di tutela dei creditori e di certezza delle situazioni giuridiche impone d'individuare il "dies a quo" nel momento in cui la cessazione dell'attività sia stata portata a conoscenza dei terzi con mezzi idonei, o comunque sia stata dagli stessi conosciuta, anche in relazione ai segni esteriori attraverso i quali si è manifestata. (Nella specie, la sentenza di fallimento aveva dato atto che la società di fatto era iscritta all'Albo delle imprese artigiane presso la Camera di Commercio ma non risultava mai cancellata, non vi erano stati variazione della compagine sociale o scioglimento della società, nè poteva assumere rilevanza la cancellazione della partita IVA, riguardando esclusivamente i rapporti con il Fisco). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Marzo 2009, n. 6199.


Giurisdizione civile - Straniero (giurisdizione sullo) - In genere - Istanza di fallimento di società - Anteriore trasferimento della sede in Paese extracomunitario - Dichiarazione di fallimento - Giurisdizione del giudice italiano - Sussistenza - Condizioni - Fondamento - Fattispecie.
In tema di giurisdizione in ordine alla dichiarazione di apertura della procedura fallimentare, il trasferimento in uno Stato extracomunitario della sede di una società, benché anteriore al deposito dell'istanza di fallimento, non esclude la giurisdizione italiana, essendo essa inderogabile - salve le convenzioni internazionali o le norme comunitarie - secondo il disposto degli artt. 9 e 10 legge fall. (quali novellati dal d.lgs. n. 5 del 2006, applicabile "ratione temporis") e dell'art. 25 della legge n. 218 del 1995, i quali escludono la predetta giurisdizione solo nei casi di effettivo e tempestivo trasferimento all'estero (principio affermato in fattispecie di trasferimento meramente fittizio della sede sociale alle Isole Vergini e cancellazione della società dal registro delle imprese in Italia seguito, meno di un anno dopo, dal deposito dell'istanza di fallimento). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 13 Ottobre 2008, n. 25038.


Fallimento - Società - Socio illimitatamente responsabile di società di persone regolare - Estensione del fallimento - Opposizione - Recesso del socio oltre un anno prima del fallimento - Rilievo d'ufficio della causa di esonero dal fallimento - Configurabilità - Fondamento
In tema di estensione del fallimento della società regolare al socio illimitatamente responsabile, dopo la sentenza n.319 del 2000 della Corte costituzionale - che ha dichiarato la parziale illegittimità dell'art.147 legge fall. nella parte in cui prevedeva che il fallimento dei predetti soci potesse essere dichiarato dopo il decorso di un anno dal momento in cui essi avessero perso, per qualsiasi causa, la responsabilità illimitata - il recesso del socio, se anteriore di oltre un anno alla dichiarazione di fallimento, conduce all'accoglimento anche d'ufficio dell'opposizione al fallimento, in forza del principio di certezza delle situazioni giuridiche, che pone la necessità di un limite temporale all'assoggettabilità al fallimento del socio di società commerciale. (Il principio è stato affermato dalla S.C. in una fattispecie anteriore alla vigenza del d.lgs. n.5 del 2006). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Marzo 2008, n. 7965.


Fallimento - Termine annuale ex art. 10 legge fall. - Computo - Cessazione dell'attività d'impresa - Presupposti - Fattispecie in tema di impresa di distribuzione di periodici
Ai fini della decorrenza del termine annuale entro il quale può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore, giusta il disposto dell'art. 10 della legge fallimentare, il presupposto della "cessazione dell'attività' d'impresa" postula che, nel detto periodo, non siano state compiute operazioni economiche o commerciali intrinsecamente identiche a quelle normalmente poste in essere nell'esercizio dell'impresa stessa, come, nel caso di imprenditore che esercita attività di distribuzione di periodici, la resa dell'invenduto agli editori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Aprile 2007, n. 9897.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Termine annuale ex art. 10 legge fallim. - Decorrenza - Dalla cancellazione dal registro delle imprese - Presupposto - Effettiva istituzione del registro - Fattispecie in tema di impresa individuale
Il termine di un anno dalla cessazione dell'attività, prescritto dall'art. 10 legge fall. ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese, perché solo da tale momento la cessazione dell'attività viene formalmente portata a conoscenza dei terzi, salva la dimostrazione di una continuazione di fatto dell'impresa anche successivamente. Tuttavia tale principio non è applicabile nei casi risalenti ad epoca anteriore alla istituzione del registro, nei quali, quindi, l'accertamento della tempestività della dichiarazione del fallimento rimane affidato esclusivamente al criterio dell'effettività di una perdurante attività dell'impresa entro l'anno precedente. (Nella fattispecie, relativa a fallimento di imprenditore individuale dichiarato nell'aprile 1993, la S.C. ha respinto il ricorso). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Febbraio 2007, n. 4105.


Fallimento - Società - Fusione di società - Dichiarazione di fallimento entro l'anno dalla fusione - Ammissibilità - Fattispecie
La società, entro un anno dalla fusione, può essere dichiarata fallita ai sensi degli artt. 10 e 11 legge fallim. applicabili in via analogica. È in contrario irrilevante che i debiti siano stati, con la fusione, assunti dalla società incorporante; che la fusione non sia stata contrastata dai creditori; che sia mancato il fallimento della società incorporante; che sia mancata qualsiasi richiesta di pagamento rivolta dai creditori dell'incorporata alla società incorporante. Infatti, il fallimento della società incorporata è conseguenza della sua insolvenza e del mancato decorso dell'anno dalla sua estinzione per fusione e prescinde dalla solvibilità o meno della società incorporante, che può semmai costituire ragione di eventuale soggezione di quest'ultima a procedura concorsuale, al pari di quanto si verifica per l'imprenditore individuale defunto ai sensi dell'art. 11, primo comma, legge fall., norma, quest'ultima, che postula una sorta di sopravvivenza dell'impresa rispetto al soggetto che ne era titolare, a garanzia della massa dei creditori. (Fattispecie relativa a fusione di società di persone ed anteriore all'entrata in vigore della riforma del diritto societario introdotta con d. lgs. 17 gennaio 2003, n. 6). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Febbraio 2007, n. 2210.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Società - Socio di società di persone - Estensione del fallimento - Recesso del socio prima del fallimento - Omessa pubblicità - Conseguenze.
La cessazione per qualsiasi causa dell'appartenenza alla compagine sociale del socio di società di persone, cui non sia stata data pubblicità, ai sensi dell'art. 2290 cod. civ., non è opponibile ai terzi, poiché essa non produce i suoi effetti al di fuori dell'ambito societario; conseguentemente, la cessazione non pubblicizzata non è idonea ad escludere l'estensione del fallimento del socio pronunciata ai sensi dell'art. 147 legge fall., nè assume rilievo il fatto che il recesso sia avvenuto oltre un anno prima della sentenza dichiarativa di fallimento, posto che il rapporto societario, per quanto concerne i terzi, a quel momento è ancora in atto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 08 Settembre 2006, n. 19304.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Art. 10 l. fall. - Termine per la dichiarazione di fallimento - "Dies a quo" - Cessazione dell'attività d'impresa - Società non iscritte nel registro delle imprese - Applicabilità - Riferimento alla conoscenza da parte dei terzi - Fattispecie in tema di fallimento di società di fatto
In tema di fallimento, il principio, emergente dalla sentenza 21 luglio 2000, n. 319 e dalle ordinanze 7 novembre 2001, n. 361 ed 11 aprile 2002, n. 131 della Corte costituzionale, secondo cui il termine di un anno dalla cessazione dell'attività, prescritto dall'art. 10 della legge fallimentare ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese, anziché dalla definizione dei rapporti passivi, non esclude l'applicabilità del predetto termine anche alle società non iscritte nel registro delle imprese, nei confronti delle quali il necessario bilanciamento tra le opposte esigenze di tutela dei creditori e di certezza delle situazioni giuridiche impone d'individuare il "dies a quo" nel momento in cui la cessazione dell'attività sia stata portata a conoscenza dei terzi con mezzi idonei, o comunque sia stata dagli stessi conosciuta, anche in relazione ai segni esteriori attraverso i quali si è manifestata. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva rigettato l'istanza di fallimento proposta nei confronti di una società di fatto per intervenuta scadenza del termine di cui all'art. 10 cit., facendolo decorrere dalla data dell'atto notarile di trasferimento dell'azienda, da essa ritenuto idoneo a rendere manifesta la cessazione dell'attività). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Agosto 2006, n. 18618.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Società - Società in nome collettivo - Avvenuto scioglimento per venir meno della pluralità di soci - Termine per la dichiarazione di fallimento - Un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, e non dal verificarsi della causa di scioglimento - Fondamento.
In caso di scioglimento della società in nome collettivo per il venir meno della pluralità di soci, il fallimento della società (e del socio superstite) può essere dichiarato, ai sensi dell'art. 10 legge fallim., sino a quando sia decorso un anno dalla cancellazione della società dal registro delle imprese (Corte cost. sent. n. 319 del 2000), e non già dal verificarsi della causa di scioglimento, atteso che, per quanto le cause di scioglimento operino automaticamente, ossia di diritto, tuttavia, verificatasi una di tali cause, la società non si estingue automaticamente, ma entra in stato di liquidazione e rimane in vita sino al momento della cancellazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Luglio 2006, n. 15924.


Estensione del fallimento ai soci illimitatamente responsabili - Opposizione - Parti del giudizio - Curatore del fallimento della società - Curatore del fallimento del singolo socio - Litisconsorzio necessario - Sussistenza
Nel giudizio di opposizione alla sentenza con cui è stata disposta l'estensione del fallimento ai soci illimitatamente responsabili è litisconsorte necessario, oltre al curatore del fallimento della società, quello del fallimento individuale che dal primo deriva, il quale ha titolo a resistere sia nell'ipotesi in cui si discuta dell'esistenza e della fallibilità della società, presupposto del singolo fallimento, sia nell'ipotesi in cui sia contestata la qualità di socio dell'opponente o la sua permanenza nella compagine sociale in tempo utile per l'estensione della procedura ai sensi del combinato disposto degli artt. 10, 11 e 147 del r.d. 16 marzo 1942, n. 267. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Novembre 2005, n. 21721.


Concordato preventivo entro l'anno dal decesso o dalla cessazione dell'esercizio dell'impresa - Mancata omologazione, risoluzione o annullamento del concordato - Conseguente dichiarazione di fallimento - Osservanza del termine di cui agli artt. 10 e 11 legge fall. - Data di riferimento - Data di ammissione al concordato preventivo
Il principio di unitarietà delle procedure concorsuali - fondato sul rilievo che presupposto comune delle stesse è l'insolvenza, anche quando, come nell'amministrazione controllata, essa si traduca in una temporanea difficoltà che solo "ex post" risulti corrispondente ad un vero e proprio stato di decozione - attribuendo alla sentenza dichiarativa di fallimento la natura di atto terminale del procedimento, in alternativa al naturale sviluppo delle procedure minori, comporta che, ai fini della verifica in ordine al decorso del termine annuale di cui agli artt. 10 ed 11 della legge fallimentare, nel caso in cui la dichiarazione di fallimento dell'imprenditore defunto o cessato faccia seguito alla mancata omologazione o alla risoluzione o all'annullamento del concordato preventivo, cui l'imprenditore sia stato ammesso, deve tenersi conto della data di ammissione alla procedura minore. Tale regola, tuttavia, non può trovare applicazione nell'ipotesi in cui si tratti di estendere il fallimento di una società, ammessa al concordato preventivo, ai soci illimitatamente responsabili che "medio tempore" siano receduti o deceduti, o siano stati esclusi dalla compagine sociale: gli effetti del concordato preventivo, infatti, riguardano esclusivamente l'impresa, comportando la parziale desbitazione del suo titolare e soltanto di lui, e, qualora si tratti di una società, non si estendono alle obbligazioni dei singoli soci, sicchè, rispetto a questi ultimi, ai quali il fallimento si estende in via eccezionale e come ripercussione dell'insolvenza della società, non può operare il principio di consecuzione che ne giustifica il coinvolgimento "ab imis" nella procedura concorsuale, ed il decorso del termine annuale dev'essere valutato con riguardo al momento in cui ha luogo l'estensione del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 03 Novembre 2005, n. 21326.


Dichiarazione di fallimento - Termine annuale - Decorrenza - Dalla data della pubblicizzazione del recesso con mezzi idonei o di conoscenza da parte dei creditori - Fondamento
In tema di dichiarazione del fallimento del socio illimitatamente responsabile di società di persone, il principio di certezza delle situazioni giuridiche - la cui generale attuazione la Corte costituzionale ha inteso assicurare con la pronuncia di incostituzionalità del primo comma dell'art. 147 legge fall., nella parte in cui non prevede l'applicazione del limite del termine annuale dalla perdita della qualità di socio illimitatamente responsabile (sentenza n. 319 del 2000) - impone che la decorrenza di detto termine per il socio occulto receduto non possa farsi risalire alla data del suo recesso, né, tanto meno, a quella della dichiarazione di fallimento della società, poiché l'evento fallimentare non scioglie il vincolo societario, ma piuttosto a quella in cui lo scioglimento del rapporto sia portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei. Occorre pertanto, in concreto, tener conto della data della eventuale pubblicizzazione del recesso o di quella in cui i creditori ne abbiano avuto conoscenza o lo abbiano colpevolmente ignorato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Settembre 2005, n. 18927.


Scioglimento del rapporto sociale nei confronti di un socio - Dichiarazione di fallimento del socio - Termine annuale - Decorrenza - Dalla data di esteriorizzazione dello scioglimento con mezzi idonei - Fondamento - Scioglimento conseguente a cessione della quota sociale - Mancata esteriorizzazione - Conseguenze - Inopponibilità del negozio a chi lo abbia ignorato senza colpa - Configurabilità - Sentenza escludente l'assoggettabilità a fallimento del socio cedente - Ricorso per cassazione per asserita violazione delle norme sulla pubblicità degli atti societari - Necessaria specificità del motivo di impugnazione - Condizioni - Fattispecie
In tema di dichiarazione del fallimento del socio illimitatamente responsabile di società di persone, il principio di certezza delle situazioni giuridiche - la cui generale attuazione la Corte costituzionale ha inteso assicurare con la sentenza n. 319 del 2000, dichiarativa dell'incostituzionalità dell'art. 147, comma primo, legge fall., nella parte in cui non prevede l'applicazione del limite del termine annuale dalla perdita della qualità di socio illimitatamente responsabile - comporta che, anche nelle società di fatto, la decorrenza di detto termine debba farsi risalire, non già alla data in cui lo scioglimento del rapporto sociale nei confronti del socio è oggettivamente avvenuto, ma esclusivamente a quella in cui esso sia stato portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei. Poiché, peraltro, la mancata esteriorizzazione dello scioglimento del rapporto sociale per intervenuta cessione della quota non comporta l'inefficacia del negozio traslativo, ma soltanto l'inopponibilità del detto negozio a colui che lo abbia ignorato senza colpa, ove con il ricorso per cassazione si censuri - sotto il profilo della violazione delle disposizioni in materia di pubblicità finalizzata a rendere opponibili gli atti societari ai terzi - la sentenza che ha escluso l'assoggettabilità a fallimento del socio cedente per intervenuto decorso del termine annuale dalla cessione, è indispensabile, al fine di conferire la prescritta specificità al motivo di impugnazione, non soltanto dedurre che l'atto di cessione non era stato affiancato dalle prescritte forme di pubblicità, ma anche operare i necessari rilievi fattuali dai quali poter desumere che i diversi soggetti interessati (e, in particolare, i creditori) non avessero avuto conoscenza di detto atto o l'avessero ignorato senza colpa. (Nella specie, la sentenza impugnata aveva ritenuto che non potesse farsi luogo alla dichiarazione di fallimento del socio di una società di fatto, il quale aveva ceduto la propria quota sociale ad altro socio da oltre un anno, sull'assunto che nelle società di fatto lo scioglimento del rapporto sociale opererebbe, ai fini considerati, dalla data in cui è avvenuto, non essendo per dette società previste forme pubblicitarie. La S.C. - pur rilevando l'erroneità di tale assunto - ha rigettato il ricorso per la genericità del motivo di impugnazione proposto sul punto, in quanto non rispondente ai requisiti indicati in massima). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Settembre 2005, n. 18684.


Fallimento del socio occulto receduto - Termine annuale - Decorrenza - Riferimento alla data di conoscenza del recesso da parte dei terzi - Necessità - Ragioni - Riferimento alla data della dichiarazione di fallimento della società - Esclusione - Fattispecie in tema di socio occulto di società di fatto occulta
La decorrenza del termine annuale per la dichiarazione del fallimento del socio occulto illimitatamente responsabile di una società di fatto, in estensione del fallimento sociale, non può farsi risalire alla data del suo recesso, né, tanto meno, a quella della dichiarazione di fallimento della società - cui consegue soltanto lo scioglimento dell'ente collettivo (art. 2308 cod. civ.), e non la sua estinzione - ma deve essere ricondotta, in ossequio al principio di certezza delle situazioni giuridiche, alla data in cui lo scioglimento del rapporto del socio con la società sia portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei, senza che possa invocarsi, in contrario, la sentenza della Corte costituzionale n. 319 del 2000 - dichiarativa dell'illegittimità costituzionale del primo comma dell'art. 147 legge fall., nella parte in cui non prevede, ai fini della dichiarazione di fallimento del socio illimitatamente responsabile, il termine annuale dalla perdita di tale qualità - giacché la stessa Corte costituzionale ha chiarito (ordinanza n. 321 del 2002) come detta sentenza abbia considerato esclusivamente l'ipotesi in cui la perdita della qualità di socio sia stata regolarmente pubblicizzata, non essendo tra loro equiparabili - proprio in relazione alla necessità di dare certezza alle situazioni giuridiche - la situazione del socio receduto di una società regolarmente costituita e registrata e quella del socio di una società irregolare, perché non iscritta nel registro delle imprese o addirittura occulta. (Alla luce dell'enunciato principio, la S.C. ha quindi negato validità alla tesi del ricorrente, secondo cui il termine annuale per la dichiarazione del proprio fallimento, quale socio occulto di una società di fatto, anch'essa occulta, per la gestione di una farmacia, doveva farsi decorrere dalla data della sentenza dichiarativa del fallimento del titolare della farmacia, sia perché tale sentenza era sottoposta, ai sensi dell'art. 17 legge fall., a forme di pubblicità, che sostituirebbero la pubblicazione del recesso del socio di fatto, sia perché, comunque, con l'acquisizione da parte del curatore fallimentare, l'azienda farmaceutica aveva smesso di operare). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Settembre 2005, n. 18458.


Fallimento - Revoca - Compenso al curatore - Principio della soccombenza - Applicazione alla procedura fallimentare - Legittimità - Presupposti - Condotta colposa del fallito - Necessità - Revoca del fallimento a seguito della dichiarazione di parziale illegittimità costituzionale dell'art. 147 legge fall. (sentenza n. 319 del 2000) - Onere delle spese a carico del fallito - Esclusione
Nel caso di revoca della dichiarazione di fallimento, in virtù della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 21, terzo comma, legge fall, laddove poneva le spese della procedura ed il compenso al curatore a carico di chi l'ha subita senza che ne ricorressero i presupposti (Corte cost., n. 46 del 1975), detti oneri possono gravare sul fallito soltanto se egli sia incorso in comportamenti colposi, o comunque tali da indurre, nel giudice, l'erroneo convincimento dell'esistenza degli estremi per la dichiarazione di fallimento, con la conseguenza che essi non possono essere posti a carico del socio illimitatamente responsabile dichiarato fallito, qualora il fallimento sia stato revocato a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 147 legge fall., nella parte in cui non prevedeva, per l'assoggettamento alla procedura concorsuale, l'applicazione del limite del termine annuale dalla perdita della qualità di socio illimitatamente responsabile (Corte cost., n. 319 del 2000). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Settembre 2005, n. 18106.


Opposizione alla dichiarazione di fallimento - Recesso dalla società del socio opponente - Conseguente preclusione alla dichiarazione di fallimento per decorso del termine annuale - Allegazione - Valenza - Sollecitazione al rilievo officioso della mancanza di una condizione dell'azione per la dichiarazione di fallimento - Esclusione - Deduzione di un fatto ostativo - Configurabilità - Onere di tempestiva allegazione e prova da parte del socio interessato - Sussistenza - Opposizione basata sulla contestazione del rapporto societario - Appello - Allegazione con la comparsa conclusionale dell'avvenuto recesso da parte dell'opponente appellante - Tardività
Con riferimento all'opposizione proposta da uno dei soci contro la sentenza dichiarativa del fallimento di una società di fatto, l'allegazione dell'avvenuto recesso dalla società del socio opponente e della conseguente preclusione alla dichiarazione del suo fallimento per il decorso del termine annuale dal predetto evento, in applicazione dell'art. 147 legge fall., come interpretato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 66 del 1999, non si traduce in una mera sollecitazione al necessario rilievo d'ufficio dell'inesistenza di una condizione dell'azione per la dichiarazione di fallimento, ma implica la deduzione di un fatto ostativo la cui tempestiva allegazione e la cui prova incombono al socio che voglia far valere l'ultrannualità dello scioglimento, rispetto a sé, del rapporto societario. Ne deriva che - avuto riguardo al disposto degli artt. 342 e 345 cod. proc. civ. (nel testo anteriore alle modifiche introdotte dalla legge 26 novembre 1990, n. 353, applicabile nella specie "ratione temporis") ed al principio giuridico che individua nel momento della precisazione delle conclusioni il limite della puntualizzazione dei termini del giudizio - ove fino a tale momento processuale preclusivo l'opposizione alla dichiarazione di fallimento risulti basata, anche in grado di appello, sulla negazione del rapporto societario, deve ritenersi tardiva - in quanto concretante una deduzione nuova, sia in un punto di fatto (presupponendo l'esistenza del rapporto sino ad allora negato) che per le conseguenze giuridiche ad essa riconnesse - l'allegazione, effettuata dall'opponente appellante solo con la comparsa conclusionale, in forza della quale l'avvenuta attribuzione al medesimo di determinati beni aziendali doveva essere apprezzata come liquidazione della quota societaria e, dunque, come fatto di scioglimento del vincolo sociale nei suoi confronti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Agosto 2005, n. 16524.


Socio occulto receduto - Dichiarazione di fallimento - Termine annuale - Decorrenza - Dalla data in cui il recesso sia stato portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei
La decorrenza del termine annuale entro cui può dichiararsi il fallimento del socio occulto illimitatamente responsabile di società di persone non può, per il principio di certezza delle situazioni giuridiche, farsi risalire alla data del suo recesso, nè, tantomeno, a quella della dichiarazione di fallimento della società (dato che l'evento fallimentare non scioglie il vincolo societario), ma deve essere ricondotta alla data in cui lo scioglimento del rapporto societario sia stato portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Novembre 2004, n. 22347.


Fallimento - Società - Società di persone - Recesso del socio prima del fallimento - Omessa pubblicità - Rilevanza per i terzi - Esclusione - Estensione del fallimento - Configurabilità - Apprezzamento circa la idoneità del mezzo di pubblicità - Incensurabilità in cassazione - Limiti
Il recesso del socio di società di persone, cui non sia stata data pubblicità, ai sensi dell'art. 2290, secondo comma, cod. civ., è inopponibile ai terzi, con ciò dovendosi intendere che non produce i suoi effetti al di fuori dell'ambito societario; conseguentemente, il recesso non pubblicizzato non è idoneo ad escludere l'estensione del fallimento pronunciata ai sensi dell'art. 147 legge fall., ne' assume rilievo il fatto che il recesso sia avvenuto oltre un anno prima della sentenza dichiarativa di fallimento, posto che il rapporto societario, per quanto riguarda i terzi, a quel momento è ancora in atto; l'apprezzamento compiuto dal giudice di merito circa la idoneità del mezzo usato per portare a conoscenza dei terzi il recesso di un socio dalla società di persone è incensurabile in sede di legittimità se sorretto da motivazione adeguata e immune da vizi logici. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 04 Agosto 2004, n. 14962.


Fallimento - Società - Socio di società di persone - Estensione del fallimento - Recesso del socio prima del fallimento - Omessa pubblicità - Conseguenze
La cessazione per qualsiasi causa (nella specie, per intervenuta cessione di quote) dell'appartenenza alla compagine sociale del socio di società di persone, cui non sia stata data pubblicità, ai sensi dell'articolo 2290, secondo comma cod.civ., è inopponibile ai terzi, con ciò dovendosi intendere che non produce i suoi effetti al di fuori dell'ambito societario; conseguentemente la cessazione non pubblicizzata non è idonea ad escludere l'estensione del fallimento pronunciata ai sensi dell'articolo 147 legge fall. ne' assume rilievo il fatto che il recesso sia avvenuto oltre un anno prima della sentenza dichiarativa di fallimento, posto che il rapporto societario per quanto concerne i terzi a quel momento è ancora in atto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Giugno 2004, n. 11304.


Dichiarazione di fallimento del socio occulto receduto - Termine annuale - Decorrenza
In tema di dichiarazione del fallimento del socio illimitatamente responsabile di società di persone, il principio di certezza delle situazioni giuridiche - la cui generale attuazione la Corte costituzionale ha inteso assicurare con la pronuncia di incostituzionalità del primo comma dell'art. 147 legge fallim. nella parte in cui non prevede l'applicazione del limite del termine annuale dalla perdita della qualità di socio illimitatamente responsabile (sentenza n. 319 del 2000) - impone che la decorrenza di detto termine per il socio occulto receduto non può farsi risalire alla data del suo recesso (nè, tanto meno, a quella della dichiarazione di fallimento della società, dato che l'evento fallimentare non scioglie il vincolo societario), ma piuttosto a quella in cui lo scioglimento del rapporto sia stato portato a conoscenza dei terzi con mezzi idonei, di guisa che occorre, in concreto, tener conto della data della eventuale pubblicizzazione del recesso o di quella in cui i creditori ne abbiano avuto conoscenza o lo abbiano colpevolmente ignorato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Maggio 2004, n. 10268.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Cessazione dell'attività d'impresa - Società - "Dies a quo" - Sentenza della Corte cost. n. 319 del 2000 - Decorrenza dalla cancellazione dal registro delle imprese
A seguito della sentenza 21 luglio 2000, n.319, della Corte costituzionale, il termine annuale dalla cessazione dell'attività entro il quale, ai sensi dell'art. 10 della legge fallimentare, può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore, decorre, per la dichiarazione di fallimento delle società, non più dalla liquidazione effettiva di tutti i rapporti che fanno capo alla società stessa, ma dalla cancellazione di essa dal registro delle imprese. Ciò impone, allorché il motivo di censura attenga al profilo dell'avvenuta decorrenza del termine, la cassazione della sentenza impugnata, affinché il giudice del rinvio si uniformi alla pronuncia di incostituzionalità, compiendo l'accertamento in fatto, in precedenza omesso, in ordine al rispetto del prescritto limite temporale ai fini dell'assoggettabilità a fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Novembre 2003, n. 17544.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Cessazione dell'attività di impresa - Società - Dies "a quo" - Sentenza Corte cost. n. 319 del 2000 - Decorrenza dalla cancellazione dal registro delle imprese
A seguito della sentenza 21 luglio 2000, n.319, della Corte costituzionale, il termine annuale dalla cessazione dell'attività entro il quale, ai sensi dell'art. 10 della legge fallimentare, può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore, decorre, per la dichiarazione di fallimento delle società, non più dalla liquidazione effettiva di tutti i rapporti che fanno capo alla società stessa, ma dalla cancellazione di essa dal registro delle imprese. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Novembre 2002, n. 15677.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Cessazione dell'attività di impresa - "Dies a quo" - Accertamento da parte del giudice del merito - Incensurabilità in Cassazione - Limiti - Fattispecie
Ai fini della decorrenza del termine annuale dalla cessazione dell'attività, entro il quale, ai sensi dell'art. 10 legge fall., può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore, il principio della effettività, alla cui stregua l'acquisizione della qualità di imprenditore commerciale è indissolubilmente collegata, al di là di ogni elemento nominalistico e formale, al concreto esercizio dell'attività di impresa, anche la dismissione di tale qualità - per quanto attiene all'imprenditore individuale, diversi criteri essendo accolti per le società - deve intendersi correlata al mancato compimento, nel periodo di riferimento, di operazioni intrinsecamente corrispondenti a quelle poste normalmente in essere nell'esercizio dell'impresa, ed il relativo apprezzamento compiuto dal giudice del merito, se sorretto da sufficiente e congrua motivazione, si sottrae al sindacato in sede di legittimità.(Nella specie, alla stregua del principio di cui alla massima, la S.C. ha ritenuto viziata la decisione della Corte territoriale - che aveva respinto l'appello avverso la decisione di rigetto della opposizione alla dichiarazione di fallimento - nella parte in cui aveva desunto gli unici elementi significativi della continuazione dell'attività imprenditoriale oltre il termine di cui all'art. 10 legge fall. dal compimento degli adempimenti amministrativi relativi e conseguenti alla cancellazione dall'albo, negando apoditticamente rilevanza al dato oggettivo dell'assenza di registrazione fiscale di operazioni imponibili ai fini IVA nel periodo considerato.) (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Marzo 2001, n. 4455.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Termine annuale ex art. 10 della legge fall. - Decorrenza - Presupposti - Cessazione dell'attività d'impresa - Rilevanza - Limiti - Portata
La cessazione dell'impresa, ai fini della decorrenza del termine di un anno entro il quale può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore individuale (art. 10 legge fall.), coincide con il "completo e assoluto" ritiro dell'imprenditore, che non può dirsi realizzato se nella fase della liquidazione siano state da lui compiute operazioni tali da rivelarsi come manifestazioni di un'attività economica, sia pure svolta esclusivamente in funzione della disgregazione dell'azienda. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Dicembre 2000, n. 15716.


Estensione del fallimento al socio illimitatamente responsabile oltre il termine annuale ex art. 10 legge fall. - Illegittimità - Fondamento
L'estensione del fallimento della società commerciale di persone al socio illimitatamente responsabile è ammissibile solo se operata entro il limite temporale di un anno dallo scioglimento del rapporto sociale di cui agli artt. 10 ed 11 della legge fallimentare, realizzandosi, in caso contrario (e, cioè, nella ipotesi in cui si ritenesse legittima l'estensione del fallimento del socio anche oltre il predetto limite temporale, alla sola condizione che l'insolvenza della società riguardi anche obbligazioni contratte prima del suo recesso), una inaccettabile disparità di trattamento tra l'imprenditore individuale cessato o defunto ed il socio illimitatamente responsabile di una società di persone. (Cfr. Corte Cost. 12 marzo 1999, n. 66). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Ottobre 2000, n. 13322.


Fallimento - Termine annuale ex art. 10 legge fall. - Computo - Cessazione dell'attività d'impresa - Presupposti
Ai fini della decorrenza del termine annuale entro il quale può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore, giusta disposto dell'art. 10 della legge fallimentare, il presupposto della "cessazione dell'attività d'impresa" postula che, nel detto periodo, non siano state compiute operazioni economiche o commerciali intrinsecamente identiche a quelle normalmente poste in essere nell'esercizio dell'impresa stessa. Il relativo apprezzamento compiuto dal giudice di merito, se sorretto da sufficiente e congrua motivazione, si sottrae al sindacato di legittimità della S.C. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Giugno 2000, n. 8099.


Dichiarazione di fallimento entro l'anno dalla morte - Fase istruttoria - Erede - Audizione - Obbligatorietà - Insussistenza
Nel caso di dichiarazione di fallimento dell'imprenditore entro l'anno dalla morte, ai sensi dell'art. 10 legge fallimentare, non è obbligatoria l'audizione dell'erede nella fase istruttoria anteriore alla dichiarazione di fallimento, atteso che nessuno degli accertamenti rimessi al tribunale incide in modo immediato e diretto sulla posizione dell'erede ovvero gli reca un pregiudizio eliminabile soltanto attraverso la partecipazione del medesimo all'istruttoria prefallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Marzo 2000, n. 2674.


Soci a responsabilità illimitata - Estensione del fallimento - Recesso del socio prima del fallimento - Omessa pubblicità - Conseguenze
Il recesso del socio di società di persone, cui non sia stata data pubblicità, ai sensi dell'articolo 2290, secondo comma cod.civ., è inopponibile ai terzi, con ciò dovendosi intendere che non produce i suoi effetti al di fuori dell'ambito societario; conseguentemente il recesso non pubblicizzato non è idoneo ad escludere l'estensione del fallimento pronunciata ai sensi dell'articolo 147 legge fall. ne' assume rilievo il fatto che il recesso sia avvenuto oltre un anno prima della sentenza dichiarativa di fallimento, posto che il rapporto societario per quanto concerne i terzi a quel momento è ancora in atto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Ottobre 1999, n. 11045.


Cessazione dell'attività d'impresa - "Dies a quo" - Accertamento da parte del giudice di merito - Insindacabilità in cassazione - Fattispecie
Ai fini della decorrenza del termine annuale entro il quale può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore (art. 10 legge fall.), la "cessazione dell'attività d'impresa" presuppone che, in tale periodo, non siano compiute operazioni intrinsecamente identiche a quelle poste normalmente in essere nell'esercizio dell'impresa, ed il relativo apprezzamento compiuto dal giudice di merito, se sorretto da sufficiente e congrua motivazione, si sottrae al sindacato di legittimità della S.C. (Nella specie, il giudice di merito, dopo avere individuato quale ultima operazione imprenditoriale quella registrata sotto una certa data, aveva, poi, negato rilevanza alla circostanza per cui l'imprenditore aveva richiesto solo in data successiva la cancellazione della partita IVA. Nel confermare la sentenza impugnata, la S.C. ha espresso il principio di diritto di cui in massima). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 Settembre 1998, n. 8781.


Trasformazione in società di capitali - Effetti - Soci della società di persone - Fallimento della società preesistente - Automatica estensione - Ammissibilità - Termine annuale ex art. 10 legge fall. - Inapplicabilità
La trasformazione di una società di persone in società di capitali non comporta l'estinzione di un soggetto e la creazione di un altro soggetto, ma la semplice modificazione della struttura e dell'organizzazione societaria, che lascia immutata l'identità soggettiva dell'ente ed immutati i rapporti giuridici ad essa facenti capo e mantiene inalterata ad ogni effetto, per le obbligazioni anteriori alla trasformazione, la responsabilità illimitata dei soci derivante dal precedente assetto giuridico, salvo che i creditori abbiano aderito alla trasformazione. Ne consegue che detti soci sono soggetti, ai sensi dell'art. 147 legge fall., alla automatica estensione personale del fallimento della società preesistente e ciò senza che debba ricorrere in loro la qualità di imprenditore o che si realizzi il requisito della insolvenza relativamente alla singola sfera soggettiva e, ancora, senza che operi la regola del termine annuale di cui all'art. 10 legge fall.. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Luglio 1997, n. 6925.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Imprenditore defunto - Fallimento - Dichiarazione entro l'anno dalla morte - Fase istruttoria - Erede - Audizione - Obbligatorietà - Presupposti
Nel caso di dichiarazione di fallimento dell'imprenditore entro l'anno dalla morte, ai sensi dell'art. 10 legge fallimentare, non è obbligatoria l'audizione dell'erede nella fase istruttoria anteriore alla dichiarazione di fallimento, atteso che nessuno degli accertamenti rimessi al tribunale incide in modo immediato e diretto sulla posizione dell'erede ovvero gli reca un pregiudizio eliminabile soltanto attraverso la partecipazione del medesimo all'istruttoria prefallimentare. L'audizione dell'erede è, invece, obbligatoria qualora anch'egli sia imprenditore commerciale, o comunque lo diventi in seguito alla prosecuzione dell'impresa ereditaria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Maggio 1993, n. 5869.


Fallimento - Società e consorzi - Società di persone - Trasformazione in società di capitali - Effetti - Soci della società di persone - Fallimento della società preesistente automatica estensione - Ammissibilità - Termine annuale ex art. 10 legge fall. - Inapplicabilità
La trasformazione di una società di persone in società di capitali non comporta l'estinzione di un soggetto e la creazione di un altro soggetto, ma la semplice modificazione della struttura e dell'organizzazione societaria, che lascia immutata l'identità soggettiva dell'ente ed immutati i rapporti giuridici ad essa facente capo e mantiene inalterata ad ogni effetto, per le obbligazioni anteriori alla trasformazione, la responsabilità illimitata dei soci derivante dal precedente assetto giuridico, salvo che i creditori abbiano aderito alla trasformazione. Ne consegue che detti soci come soggetti, ai sensi dell'art. 147 Legge Fall., alla automatica estensione personale del fallimento della società preesistente e ciò senza che debba ricorrere in loro la qualità di imprenditore o che si realizzi il requisito della insolvenza relativamente alla singola sfera soggettiva e, ancora, senza che operi la regola del termine annuale di cui all'art. 10 Legge Fall.. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Luglio 1992, n. 8924.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Cessazione della attività d'impresa agli effetti del termine annuale ex art. 10 legge fall. - Configurabilità - Condizioni
La cessazione dell'attività d'impresa, ai fini della decorrenza del termine annuale entro il quale può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore (art. 10 legge fall.), presuppone che nel detto periodo non vengano compiute operazioni intrinsecamente identiche a quelle poste in essere nell'Esercizio dell'impresa. Il relativo apprezzamento del giudice del merito, se sufficientemente motivato, si sottrae al Sindacato di legittimità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 03 Novembre 1989, n. 4599.


Fallimento - Imprenditore ritirato - Fase di liquidazione - Cessazione dell'impresa - Configurabilità - Esclusione - Condizioni


Agli effetti del decorso del termine annuale dalla cessazione dell'impresa, entro il quale può essere dichiarato il fallimento dell'imprenditore (art. 10 della legge fallimentare), anche nella fase di liquidazione l'Esercizio dell'impresa non può ritenersi cessato se l'imprenditore, sia pure in vista della disgregazione dell'azienda, compia operazioni intrinsecamente identiche a quelle proprie della attività imprenditoriale. (nella specie, il S.C., enunciando il surriportato principio, ha confermato la decisione di merito secondo cui anche la Costituzione di una società di capitali, avente la stessa denominazione dell'impresa individuale e finalizzata al suo assorbimento, non integrava cessazione di impresa ai fini dell'art. 10 citato, in quanto l'imprenditore, nonostante ciò, aveva continuato in proprio l'attività commerciale). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Aprile 1983, n. 2676.


Imprenditore defunto - Proposta di concordato nei confronti di tale imprenditore - Presentazione dopo un anno dal decesso - Inammissibilità - Prosecuzione dell'impresa individuale o collettiva da parte dell'erede o degli eredi dell'imprenditore - Irrilevanza - Istanze di fallimento o di liquidazione della eredità beneficiata - Ininfluenza

Proposta di concordato presentata dagli eredi dopo un anno dal decesso del debitore - Declaratoria di inammissibilità e contestuale dichiarazione di fallimento degli eredi quali soci di fatto subentrati nella gestione dell'impresa - Ricorso per cassazione ex art. 111 cost. avverso il decreto di inammissibilità della proposta di concordato - Proponibilità


L'ammissibilita della proposta di concordato preventivo, nei confronti di un imprenditore defunto, postula l'assoggettabilita del medesimo a declaratoria di fallimento, e, pertanto, va esclusa in ipotesi di decorso di oltre un anno dal decesso (artt 10 ed 11 del RD 16 marzo 1942 n 267). Detto principio non soffre limitazioni o deroghe per il caso in cui l'impresa venga proseguita, in Forma individuale o collettiva, dall'erede o dagli eredi del defunto, atteso che il concordato, come il fallimento, riguarda l'imprenditore e non l'impresa, ne per il caso in cui siano state gia avanzate istanze di fallimento da parte dei creditori, od istanze di liquidazione dell'eredita beneficiata, ai sensi dell'art 500 cod civ, trattandosi di fatti non interruttivi del predetto termine annuale.

Il decreto con il quale il tribunale dichiari l'inammissibilita della proposta di concordato, presentata dagli eredi per conto dello imprenditore defunto, sotto il profilo del decorso di oltre un anno dal decesso del debitore, e della conseguente non assoggettabilita del medesimo ad alcuna procedura concorsuale, e contestualmente dichiari il fallimento di detti eredi, quali soci di fatto subentrati nella gestione dell'impresa, e impugnabile, quanto alla prima parte, con il ricorso per Cassazione ai sensi dell'art 111 della Costituzione, atteso che detta declaratoria d'inammissibilita della proposta di concordato integra un provvedimento autonomo, i cui vizi non sono denunciabili in Sede di opposizione al fallimento degli eredi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Ottobre 1979, n. 5592.